Capitolo I
La cassa d’acacia e d’oro
La Bibbia ebraica descrive l’Arca, in ebraico aron ha-berit, come una cassa di legno d’acacia rivestita d’oro, lunga circa due cubiti e mezzo, trasportata con stanghe e coperta da un coperchio d’oro, la kapporet (spesso tradotta «propiziatorio»), sopra il quale stavano due cherubini rivolti l’uno verso l’altro (Esodo 25). Conteneva le tavole di pietra dell’alleanza donate a Mosè sul Sinai. La Lettera agli Ebrei del Nuovo Testamento aggiunge un vaso di manna e la verga di Aronne, mentre il Primo libro dei Re afferma che dentro non c’era nient’altro che le tavole. Dio promise di incontrare Mosè «da in mezzo ai due cherubini», perciò l’Arca era intesa come il trono o lo sgabello della presenza divina.
Nel racconto biblico l’Arca guida gli Israeliti nel deserto, arresta le acque del Giordano e viene portata attorno alle mura di Gerico. È catturata dai Filistei, che la restituiscono dopo che alcune piaghe hanno colpito le loro città (1 Samuele 4–6), e più tardi il re Davide la porta a Gerusalemme tra danze e musica (2 Samuele 6). Salomone la colloca nella stanza più interna del suo Tempio, il Santo dei Santi (1 Re 8).
Poi l’Arca scompare in silenzio dalla storia. Quando i Babilonesi distrussero il Tempio nel 587 o 586 a.C., il racconto del Secondo libro dei Re elenca gli oggetti di bronzo e d’oro che portarono via, ma non menziona l’Arca. Gli scrittori successivi notarono questo silenzio. Il Secondo libro dei Maccabei racconta che il profeta Geremia la nascose in una grotta sul monte Nebo, dove sarebbe rimasta celata finché Dio non avesse di nuovo radunato il suo popolo.
Capitolo II
Che cosa mostrano l’archeologia e la storia
Non è mai stata trovata alcuna traccia materiale dell’Arca, e nessuna fonte superstite al di fuori della letteratura biblica e religiosa successiva la menziona. Molti studiosi ritengono che la descrizione dettagliata dell’Esodo abbia raggiunto la sua forma attuale negli scritti sacerdotali della tarda monarchia o dell’esilio, anche se potrebbe conservare ricordi più antichi di un santuario portatile. Santuari di questo tipo sono ben attestati nel Vicino Oriente antico: le casse sacre e le barche egizie portate a spalla con stanghe, come il santuario di Anubi della tomba di Tutankhamon, offrono paralleli molto stretti, così come le figure alate di guardiani ai lati dei troni regali e divini.
Il Secondo Tempio, ricostruito dopo l’esilio, aveva un Santo dei Santi vuoto. Lo storico Giuseppe Flavio, che scriveva nel I secolo d.C., afferma che al suo interno non c’era assolutamente nulla, e la Mishnah dice che una nuda pietra, la even shetiyah, segnava il luogo dove un tempo aveva riposato l’Arca. Non si sa se l’Arca sia stata distrutta dai Babilonesi, portata via prima (la Bibbia ricorda che il faraone egizio Sisak saccheggiò il tesoro del Tempio intorno al 925 a.C.) oppure nascosta.
La rivendicazione più nota oggi è quella della Chiesa ortodossa etiope Tewahedo, secondo cui l’Arca riposa in una cappella accanto alla chiesa di Nostra Signora Maria di Sion ad Axum, vegliata da un unico monaco custode. A nessun estraneo è permesso vederla, quindi la rivendicazione non può essere esaminata. Gli storici osservano che la vicenda alla sua base è narrata nel Kebra Nagast («Gloria dei re»), un’opera compilata nel XIV secolo a partire da tradizioni più antiche.
Capitolo III
L’Arca nella fede e nella finzione
Per gli ebrei il ricordo dell’Arca sopravvive nella sinagoga: l’armadio che custodisce i rotoli della Torah si chiama aron ha-kodesh, l’«arca santa», e di solito è collocato sulla parete rivolta verso Gerusalemme. I saggi rabbinici discussero sulla sorte dell’Arca: alcuni sostenevano che fosse stata nascosta sotto il Monte del Tempio, altri che fosse stata portata a Babilonia. Anche il Corano menziona il tabut, una cassa che reca la tranquillità (sakina) da parte di Dio e le reliquie lasciate dalle famiglie di Mosè e di Aronne, portata dagli angeli come segno della regalità di Saul (sura 2,248).
In Etiopia l’Arca non è soltanto una reliquia lontana, ma una presenza viva. Ogni chiesa ortodossa etiope contiene un tabot, una tavola consacrata che rappresenta l’Arca e le tavole della Legge, senza la quale la chiesa non può essere usata per la liturgia. Durante la festa del Timkat, l’Epifania etiope, i tabotat vengono portati in processione, avvolti in tessuti preziosi, tra folle di fedeli.
Il pubblico moderno incontra l’Arca soprattutto nei racconti d’avventura. Il film di Steven Spielberg I predatori dell’arca perduta (1981) ne fece un oggetto dal potere terrificante, ricercato da agenti nazisti, e vari autori hanno proposto nascondigli dall’Irlanda all’Africa meridionale; lo storico Tudor Parfitt, per esempio, l’ha collegata a un tamburo sacro del popolo lemba. Nessuna di queste teorie ha prodotto prove verificabili, ma la scomparsa dell’Arca continua ad attirare cercatori.