Codex of FaithsUn atlante illustrato delle fedi

Clero e vita religiosa

Il Sangha buddhista

Il Sangha, in senso stretto, è la comunità dei monaci (bhikkhus, in sanscrito bhikshus) e delle monache (bhikkhunis, bhikshunis) ordinati, uno dei Tre Gioielli insieme al Buddha e al Dharma. La sua vita è regolata dal Vinaya, la disciplina monastica che la tradizione fa risalire alle disposizioni dello stesso Buddha e che stabilisce le regole di condotta, le procedure di ordinazione e il modo in cui le comunità risolvono le proprie questioni. Sopravvivono tre lignaggi del Vinaya: il Theravada in Sri Lanka e nel Sud-est asiatico, il Dharmaguptaka in Cina, Corea, Vietnam e Taiwan, e il Mulasarvastivada in Tibet e Mongolia. Il buddhismo non ha un capo unico. L’anzianità all’interno di una comunità si conta dalla data dell’ordinazione piena, e l’autorità spetta ai maestri, agli abati e, in alcuni paesi, ai consigli monastici nazionali riconosciuti dallo Stato. Le vesti differiscono per colore e taglio da una tradizione all’altra, ma discendono tutte dalla veste di stoffa rattoppata dei primi mendicanti.

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Ordini e stati di vita

  • La vita ordinata

    Il candidato riceve dapprima l’ordinazione da novizio, la pabbajja, con cui ottiene le vesti e dieci precetti. L’ordinazione piena, l’upasampada, viene conferita a chi ha almeno vent’anni da un capitolo di monaci e, nel caso delle monache, tradizionalmente da entrambi gli ordini. Essa vincola il monaco o la monaca all’intero codice del Vinaya, che nel Theravada conta 227 regole per i monaci e 311 per le monache.

  • Maestri e abati

    Nel Sangha l’autorità deriva dall’anzianità, dalla dottrina e dall’incarico. Gli abati guidano i monasteri, i precettori conferiscono l’ordinazione e i maestri trasmettono i testi e la meditazione. Alcuni paesi organizzano il Sangha su scala nazionale: la Thailandia ha un Patriarca supremo e un Consiglio supremo del Sangha, e il buddhismo tibetano ha propri titoli accademici, proprie scuole e maestri reincarnati riconosciuti.

  • Tradizioni

    La vita monastica ha assunto forme diverse in tutta l’Asia. In Giappone, dopo che un decreto governativo del 1872 permise al clero buddhista di mangiare carne e sposarsi, la maggior parte dei sacerdoti dei templi finì per sposarsi e tramandare i templi all’interno della famiglia. Lo zen giapponese mantiene monasteri di formazione rigorosi, ma i suoi sacerdoti si possono spesso descrivere meglio come clero ordinato che come monaci celibi a vita.

Maestri e abati

Sangharaja (Patriarca supremo)

sangharaja (Pali); Somdet Phra Sangkharat (Thai, สมเด็จพระสังฆราช)

Appellativo Sua Santità il Patriarca supremo (in thailandese *Somdet Phra Sangkharat*)

Il Sangharaja, «re del Sangha», è il monaco anziano riconosciuto come capo della comunità monastica in diversi paesi theravada, tra cui Thailandia, Cambogia e Laos; lo Sri Lanka ha invece i prelati capi (mahanayaka) delle sue confraternite. In Thailandia il Patriarca supremo presiede il Consiglio supremo del Sangha, che governa i monasteri di entrambi gli ordini principali, il Maha Nikaya e il Dhammayuttika. Da un emendamento del 2016 alla Legge sul Sangha viene nominato dal re. La carica è amministrativa ed esemplare più che dottrinale: non ha il potere di definire l’insegnamento.

Che cosa indossa la figura

  1. Veste superiore uttarasanga (Pali); jiwon (Thai, จีวร)

    Un grande rettangolo di stoffa color ocra zafferano avvolto attorno al corpo, che lascia scoperta una spalla, come i monaci lo indossano all’interno del monastero e durante le cerimonie.

  2. Veste inferiore antaravasaka (Pali); sabong (Thai, สบง)

    Un telo avvolto dello stesso ocra zafferano, portato intorno alla vita come una lunga gonna e che scende sotto le ginocchia.

  3. Ventaglio di rango phat yot (Thai, พัดยศ); talapat

    Un ventaglio cerimoniale dal lungo manico con una superficie riccamente ricamata e dorata, tenuto dritto davanti al petto; il suo disegno indica il rango ecclesiastico di chi lo porta.

Fuori dalle funzioni
L’abito quotidiano è lo stesso insieme di vesti di qualsiasi monaco, con la veste tirata su entrambe le spalle fuori dal monastero. I monaci anziani possono usare un semplice ventaglio di foglia di palma durante la recitazione e l’insegnamento.
Insegne
Il ventaglio di rango ricamato e il titolo ecclesiastico conferito dallo Stato; nessuna corona, nessun bastone, nessun colore speciale della veste.

La vita ordinata

Bhikkhu (monaco pienamente ordinato)

bhikkhu (Pali); bhikshu (Sanskrit); phra (Thai, พระ)

Appellativo Venerabile (in pali *Bhante*; in thailandese *Phra*, in birmano *U*)

Il bhikkhu ha ricevuto l’ordinazione piena e vive secondo il codice completo del Vinaya. Possiede poco oltre alle vesti, alla ciotola e a pochi oggetti necessari, nella pratica rigorosa non maneggia denaro, mangia solo tra l’alba e mezzogiorno e rimane celibe. Le sue giornate sono dedicate alla recitazione, allo studio, alla meditazione e all’insegnamento. I monaci dipendono dai sostenitori laici per il cibo, e il giro mattutino per l’elemosina è uno scambio centrale nelle società theravada. In gran parte del Sud-est asiatico gli uomini possono farsi ordinare temporaneamente, per una stagione delle piogge o per qualche settimana, e tornare alla vita laica senza alcuno stigma.

Che cosa indossa la figura

  1. Veste superiore uttarasanga (Pali); jiwon (Thai)

    Una grande veste rettangolare di stoffa arancio zafferano, cucita come un patchwork di pannelli e avvolta in modo da lasciare scoperta la spalla destra.

  2. Veste inferiore antaravasaka (Pali); sabong (Thai)

    Un telo avvolto dello stesso colore, legato in vita e lungo fino agli stinchi, portato da tutti i monaci sotto la veste superiore.

  3. Ciotola per l’elemosina patta (Pali); bat (Thai, บาตร)

    Una ciotola rotonda di ferro laccato nero o di argilla, uno dei pochi oggetti che un monaco può possedere, tenuta all’altezza della vita per ricevere le offerte di cibo.

Fuori dalle funzioni
Durante il giro mattutino per l’elemosina i monaci camminano scalzi con la veste tirata su entrambe le spalle; nel monastero lasciano scoperta una spalla in segno di rispetto.
Insegne
Nessuna oltre alle vesti e alla ciotola; l’anzianità si conta in ritiri della stagione delle piogge (*vassa*) dall’ordinazione.

La vita ordinata

Samanera (novizio)

samanera (Pali); shramanera (Sanskrit); nen (Thai, เณร)

Appellativo Novizio (in thailandese *Nen*, in birmano *Ko Yin*)

Il samanera è un novizio che ha ricevuto l’ordinazione inferiore, la pabbajja, rasandosi il capo, prendendo le vesti e accettando dieci precetti, tra cui il celibato e il divieto di mangiare dopo mezzogiorno. I novizi possono essere ordinati da bambini, tradizionalmente a partire dai sette anni circa, e molti ragazzi in Myanmar, Thailandia e Laos trascorrono un periodo da novizi, spesso durante le vacanze scolastiche. Vivono sotto un precettore, studiano la recitazione e le scritture e svolgono le faccende del monastero. A vent’anni un novizio può chiedere l’ordinazione piena come bhikkhu.

Che cosa indossa la figura

  1. Veste superiore uttarasanga (Pali); jiwon (Thai)

    Una veste color zafferano simile a quella dei monaci, avvolta in modo da coprire entrambe le spalle, come si usa per i novizi e per i monaci fuori dal monastero.

  2. Veste inferiore antaravasaka (Pali); sabong (Thai)

    Un telo color zafferano avvolto e legato in vita, lungo fino agli stinchi, lo stesso indumento portato dai monaci pienamente ordinati.

Fuori dalle funzioni
I novizi indossano le stesse vesti dei monaci, osservano dieci precetti anziché il codice completo e trascorrono le giornate tra lezioni, recitazione e lavori nel monastero, come spazzare i cortili.
Insegne
Nessuna; i novizi siedono dietro i monaci pienamente ordinati e si distinguono per età, precetti e mansioni più che per l’abito.

Maestri e abati

Lama (monaco-maestro gelug)

lama (Tibetan, བླ་མ་); geshe (dge bshes)

Appellativo Rinpoche («il prezioso») per un lama anziano o reincarnato; altrimenti Geshe-la o Lama-la

In tibetano lama traduce il sanscrito guru e significa propriamente maestro qualificato, non un monaco qualsiasi. La scuola gelug, fondata da Tsongkhapa (1357–1419), pone l’accento sulla disciplina monastica e sullo studio scolastico. I suoi monasteri conferiscono il titolo di geshe dopo una lunga formazione in logica, filosofia e dibattito, il cui grado più alto è lharampa. Il buddhismo tibetano riconosce anche i tulku, maestri identificati come la reincarnazione di un predecessore. Dal colore del copricapo che i suoi monaci portano nelle cerimonie, la scuola gelug è spesso chiamata scuola dei Berretti gialli.

Che cosa indossa la figura

  1. Vesti amaranto zen and shamthab (gzan, sham thabs)

    Un lungo scialle amaranto avvolto sulle spalle e una gonna plissettata amaranto legata in vita, l’abito consueto dei monaci tibetani.

  2. Dhonka dhonka

    Una camicia gialla senza maniche portata sotto lo scialle amaranto, che lascia scoperte le braccia; un indumento proprio dell’abito monastico tibetano.

  3. Berretto giallo da pandit zhwa ser (yellow hat)

    Un alto copricapo cerimoniale crestato di lana gialla, portato dai monaci gelug alle assemblee e agli insegnamenti, da cui la scuola prende il suo nome popolare.

  4. Vajra dorje (Tibetan, རྡོ་རྗེ་)

    Un piccolo scettro rituale di metallo con punte a entrambe le estremità, tenuto nella mano destra, simbolo dei mezzi abili e della compassione.

  5. Campana drilbu (Tibetan, དྲིལ་བུ་)

    Una campanella con l’impugnatura a forma di vajra, tenuta nella mano sinistra e suonata durante i riti, simbolo della saggezza; vajra e campana si usano insieme.

Fuori dalle funzioni
L’abito quotidiano è composto da scialle amaranto, gonna e dhonka, senza copricapo; i monaci gelug portano il berretto giallo ripiegato sulla spalla o lo indossano solo nelle cerimonie e nei dibattiti.
Insegne
Il copricapo cerimoniale giallo, il vajra e la campana e, per un geshe, il titolo stesso; gli alti lama possono sedere su troni rialzati e vestire di broccato.

Tradizioni

Monaco / sacerdote zen

sō (Japanese, 僧); unsui (trainee), oshō (和尚, priest)

Appellativo Osho-san, oppure Roshi («vecchio maestro») per un maestro riconosciuto

Lo zen giapponese, soprattutto nelle scuole soto e rinzai, è incentrato sulla meditazione seduta (zazen) e, nel rinzai, sullo studio dei koan. Il sacerdote riceve l’ordinazione iniziale (tokudo) e in seguito si forma in un monastero come unsui, prima di ricevere la trasmissione del dharma (shiho) da un maestro e di essere abilitato a dirigere un tempio. Da quando il decreto del governo Meiji del 1872 permise al clero di sposarsi, la maggior parte dei sacerdoti dei templi giapponesi si è sposata e molti templi passano da padre in figlio, anche se nella pratica la formazione monastica resta celibe.

Che cosa indossa la figura

  1. Koromo koromo (衣)

    Una veste nera lunga fino alle caviglie, con maniche molto ampie e pendenti, legata in vita; la veste consueta del clero zen giapponese per la meditazione e le funzioni.

  2. Kesa kesa (袈裟)

    Una veste marrone cucita con pezze rettangolari alla maniera dell’antica veste di stracci, drappeggiata sulla spalla sinistra e sotto il braccio destro.

  3. Zori zōri (草履)

    Sandali piatti di paglia o giunco intrecciato con un laccio di stoffa tra le dita, portati dai monaci all’aperto e nei recinti del tempio.

Fuori dalle funzioni
Gli abiti da lavoro, i *samue*, una giacca ampia e pantaloni color indaco o marrone, si indossano per le pulizie, il giardinaggio e le faccende; koromo e kesa si portano per lo zazen, le funzioni e le cerimonie.
Insegne
Il kesa stesso, ricevuto all’ordinazione, e per i maestri il piccolo *rakusu* o uno scacciamosche cerimoniale; nei riti si usano il rosario (*juzu*) e un bastone ad anelli.

La vita ordinata

Bhikkhuni (monaca pienamente ordinata)

bhikkhuni (Pali); bhikshuni (Sanskrit); biqiuni (Chinese, 比丘尼)

Appellativo Venerabile (in cinese *Fashi*, «maestra del Dharma»)

La bhikkhuni è una monaca pienamente ordinata, vincolata al Vinaya delle monache e tradizionalmente ordinata sia da un capitolo di monache sia da un capitolo di monaci. L’ordine delle monache si estinse secoli fa in Sri Lanka e nel Sud-est asiatico, ma sopravvisse nel Mahayana dell’Asia orientale, dove oggi Taiwan conta più monache che monaci. Dagli anni Novanta, ordinazioni celebrate con l’aiuto di monache dell’Asia orientale hanno fatto rinascere l’ordine theravada delle bhikkhuni, in particolare in Sri Lanka. La sua accettazione varia: alcune autorità nazionali del Sangha, tra cui quella thailandese, non lo riconoscono.

Che cosa indossa la figura

  1. Haiqing haiqing (海青)

    Una veste grigia lunga fino ai piedi, con maniche molto ampie e colletto incrociato, indossata dai monaci e dalle monache cinesi per le funzioni e le occasioni solenni.

  2. Kasaya jiasha (袈裟)

    Una veste a pezze color ocra bruno drappeggiata sopra l’haiqing a partire dalla spalla sinistra, che lascia aperto il lato destro, indossata per le cerimonie e la recitazione.

  3. Rosario nianzhu (念珠)

    Un filo di grani, spesso 108, usato per contare le recitazioni del nome del Buddha o dei mantra.

Fuori dalle funzioni
Nella vita di tutti i giorni le monache cinesi indossano una giacca e pantaloni più semplici, grigi o marroni, e scarpe morbide; l’haiqing e il kasaya si indossano per la recitazione, le cerimonie e l’insegnamento.
Insegne
Il kasaya e il rosario; come per i monaci, l’anzianità di una monaca si conta dalla data della sua ordinazione piena.

Domande frequenti

Esiste nel buddhismo un equivalente del papa?

No. Il buddhismo non ha un capo unico né un’autorità centrale. Ogni tradizione e ogni paese ha le proprie strutture: Thailandia e Cambogia hanno patriarchi supremi, lo Sri Lanka ha i prelati capi delle sue confraternite monastiche, le scuole giapponesi hanno templi principali e le scuole tibetane hanno propri capi e lama anziani. Questi responsabili hanno influenza all’interno delle loro comunità, ma nessuno parla a nome di tutti i buddhisti, e il Vinaya stesso attribuisce l’autorità alla comunità dei monaci e delle monache che agisce collegialmente.

I monaci buddhisti possono lasciare il monastero?

Sì. Nei paesi theravada l’ordinazione non è necessariamente a vita, e un monaco può lasciare la veste con una semplice dichiarazione formale e tornare alla vita laica. L’ordinazione temporanea è comune in Thailandia, Myanmar e Laos, dove i giovani si fanno spesso ordinare per una stagione delle piogge come rito di passaggio. Nel buddhismo tibetano e cinese i voti si prendono in genere con l’intenzione di un impegno per tutta la vita, anche se è possibile lasciare.

Perché le vesti buddhiste hanno colori diversi?

Il Vinaya chiede che le vesti siano tinte di un colore spento e «impuro», perché i monaci non indossino stoffe pregiate. Tinture e usanze locali hanno fatto il resto. Le vesti theravada vanno dallo zafferano vivo al marrone scuro, spesso con differenze tra monasteri o tradizioni della foresta. Le vesti tibetane sono amaranto con il giallo. Monaci e monache cinesi, coreani e vietnamiti indossano vesti grigie o marroni con un kasaya ocra o marrone, e il clero giapponese veste di solito di nero con un kesa colorato.

I monaci buddhisti possono sposarsi?

In quasi tutte le tradizioni i monaci e le monache ordinati sono celibi, e il rapporto sessuale è una delle colpe più gravi nel Vinaya. Il Giappone è la principale eccezione. Nel 1872 il governo Meiji abolì il divieto legale per il clero di mangiare carne e sposarsi, e nei decenni successivi il matrimonio divenne la norma per i sacerdoti dei templi nella maggior parte delle scuole. Alcune tradizioni tibetane hanno anche praticanti tantrici non celibi, chiamati *ngakpa*, distinti dai monaci.

Che cos’è un tulku?

Nel buddhismo tibetano un tulku è un maestro riconosciuto come la rinascita di un maestro defunto, di cui prosegue l’opera. Dopo la morte di un lama, i maestri anziani cercano un bambino basandosi su segni, sogni e prove, e il bambino viene intronizzato ed educato per il ruolo. La pratica iniziò con il lignaggio dei Karmapa nel XIII secolo e si diffuse a tutte le scuole tibetane. I tulku possono essere monaci o, in alcuni lignaggi, maestri laici, e ricevono spesso il titolo onorifico di Rinpoche.

Fonti e letture consigliate

  1. An Introduction to Buddhism: Teachings, History and Practices – Peter Harvey (Cambridge University Press, 2nd edition 2013)
  2. Theravada Buddhism: A Social History from Ancient Benares to Modern Colombo – Richard Gombrich (Routledge, 2nd edition 2006)
  3. The Buddhist Monastic Code – Thanissaro Bhikkhu (Metta Forest Monastery, 1994)
  4. The Tibetans – Matthew T. Kapstein (Blackwell, 2006)
  5. Neither Monk nor Layman: Clerical Marriage in Modern Japanese Buddhism – Richard M. Jaffe (Princeton University Press, 2001)