Pratica quotidiana
Preghiera e devozione quotidiana
Come le religioni orientano la vita quotidiana verso il sacro, con ore di preghiera, parole e gesti sacri, offerte di luce e incenso, canto e meditazione.
In breve
- La maggior parte delle tradizioni fissa dei momenti per la preghiera, spesso legati al ritmo della giornata – alba, mezzogiorno, tramonto e notte.
- L’islam, l’ebraismo, la fede bahá’í e lo zoroastrismo prescrivono preghiere quotidiane obbligatorie con parole, posture o direzioni stabilite.
- Nell’induismo, nel taoismo e nello shintoismo la devozione assume spesso la forma di offerte – luce, fiori, cibo o incenso – davanti a un’immagine o a un altare.
- Il buddhismo e il giainismo danno risalto al canto e alla meditazione, che onorano gli esseri illuminati e trasformano la mente, più che alle suppliche a un dio creatore.
La preghiera è forse l’atto religioso più universale. A seconda della tradizione, può essere una conversazione con Dio, una lode al divino, una richiesta di aiuto o un modo di educare la mente e il cuore. Può essere pronunciata ad alta voce o custodita nel silenzio, detta da soli o insieme a migliaia di altri, recitata da testi antichi o offerta con parole proprie.
Ciò che fa della preghiera un rito è la regolarità delle sue forme. Gli orari fissi danno forma alla giornata; le parole stabilite, spesso in una lingua sacra, collegano il credente alle generazioni passate; le posture – stare in piedi, inchinarsi, inginocchiarsi, prosternarsi, giungere le mani – coinvolgono tutto il corpo. Molte tradizioni si preparano alla preghiera anche con il lavaggio o la purificazione, e la rivolgono verso un luogo santo. Eppure quasi tutte danno valore anche al lato interiore della preghiera: attenzione, sincerità e umiltà, senza le quali, si dice, le forme esteriori sono vuote.
Nelle diverse tradizioni
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Puja, arati e sandhya
Il culto induista (puja) si celebra ogni giorno in molti altari domestici oltre che nei templi. La divinità, presente in un’immagine sacra (murti), viene onorata come un ospite: le si offrono acqua, fiori, incenso, cibo e luce, e la si saluta con i mantra. La cerimonia si conclude spesso con l’arati, quando si fa ondeggiare una lampada davanti all’immagine e i fedeli passano le mani sulla fiamma e poi sugli occhi. Ricevere il darshan, la visione della divinità, è di per sé una benedizione. Molti induisti recitano anche il Gayatri mantra all’alba e al tramonto (sandhya), ripetono un nome divino su un filo di 108 grani (japa) o cantano insieme canti devozionali (bhajan).
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Canto, omaggio e meditazione
La devozione buddhista comincia con l’omaggio ai Tre Gioielli: il Buddha, il suo insegnamento (Dharma) e la comunità (Sangha). I buddhisti theravada recitano in pali i Rifugi e i precetti davanti a un altare con offerte di fiori, candele e incenso, mentre i fiori che appassiscono ricordano l’impermanenza. La meditazione, che coltiva la calma e la visione profonda, è centrale per molti. Le scuole mahayana aggiungono altre forme: i buddhisti della Terra Pura recitano Namu Amida Butsu confidando nel voto del Buddha Amida, i buddhisti di Nichiren cantano il titolo del Sutra del Loto, e i buddhisti tibetani ripetono il mantra Om mani padme hum, fanno girare le ruote di preghiera e compiono prosternazioni complete.
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Navkar Mantra e samayika
La preghiera giainista onora le qualità delle anime liberate anziché chiedere loro favori, poiché i tirthankara, avendo raggiunto la liberazione, non intervengono nel mondo. La preghiera più importante, il Navkar (o Namokar) Mantra, si inchina a cinque tipi di esseri supremi: i maestri illuminati, le anime liberate, i capi degli ordini monastici, i precettori e tutti i monaci e le monache. Molti giainisti celebrano la puja davanti alle immagini dei tirthankara con otto tipi di offerte, anche se alcune correnti rifiutano il culto delle immagini. La samayika, quarantotto minuti di meditazione e di equanimità, e il pratikramana, un rito di confessione e pentimento, aiutano a purificare l’anima.
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Nitnem e Ardas
I sikh sono incoraggiati ad alzarsi nell’amrit vela, le ore prima dell’alba, per lavarsi e meditare sul nome di Dio (naam simran), ripetendo spesso Waheguru, «Signore meraviglioso». Le preghiere quotidiane (Nitnem) comprendono al mattino il Japji Sahib di Guru Nanak e altre composizioni, la sera il Rehras Sahib e prima di dormire il Kirtan Sohila. La maggior parte degli atti di culto si conclude con l’Ardas, una preghiera recitata in piedi che ricorda i Guru e la storia sikh e chiede il bene di tutta l’umanità (sarbat da bhala). Nel gurdwara il canto comunitario degli inni (kirtan) è il cuore del culto.
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I cinque gah e le preghiere della kusti
Gli zoroastriani dividono la giornata in cinque turni (gah), ciascuno con le sue preghiere. Si prega rivolti verso una fonte di luce – il sole, la luna, una lampada o il fuoco sacro – come simbolo della sapienza e della purezza di Ahura Mazda. Un rito quotidiano centrale è quello della kusti: dopo essersi lavato, il fedele scioglie il cordone sacro e lo lega di nuovo intorno alla vita, recitando preghiere in avestico, tra cui l’Ahuna Vairya e l’Ashem Vohu, e rinnovando la scelta del bene contro il male. In un tempio del fuoco i fedeli portano legno di sandalo per il fuoco e ricevono dal sacerdote la cenere, con cui si toccano la fronte.
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Shacharit, minchah e maariv
La tradizione ebraica prevede tre funzioni quotidiane: shacharit al mattino, minchah nel pomeriggio e maariv la sera, con funzioni aggiuntive di sabato e nelle feste. Il loro nucleo sono lo Shema, la dichiarazione «Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno», e l’Amidah, una serie di benedizioni recitate in piedi e rivolti verso Gerusalemme. Alcune preghiere richiedono un minyan, un quorum di dieci adulti (nella pratica ortodossa, uomini). Nei giorni feriali, al mattino, molti indossano lo scialle di preghiera (tallit) e i tefillin, piccole scatole che contengono passi della Scrittura. Le benedizioni (berakhot) si recitano anche durante tutta la giornata, sul cibo e su altre esperienze quotidiane.
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Il Padre nostro e l’ufficio quotidiano
I cristiani pregano in innumerevoli forme, ma quasi tutti condividono il Padre nostro, che Gesù insegnò ai discepoli. Il culto comunitario, soprattutto la domenica, per la maggior parte delle chiese è incentrato sull’eucaristia, chiamata anche santa comunione, messa o divina liturgia. Monaci, monache e clero, e molti laici, osservano la Liturgia delle Ore – salmi e preghiere in momenti stabiliti della giornata, come la preghiera del mattino e della sera anglicana. I cattolici possono recitare il rosario, un ciclo di preghiere contate sui grani; i cristiani ortodossi ripetono la preghiera di Gesù e pregano davanti alle icone; e molti protestanti apprezzano la preghiera personale spontanea e la lettura della Bibbia.
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La salah, le cinque preghiere quotidiane
La salah, la preghiera rituale, è il secondo dei Cinque Pilastri dell’islam. I musulmani pregano cinque volte al giorno – all’alba, a mezzogiorno, nel pomeriggio, al tramonto e di notte – dopo essersi lavati in un modo prescritto (wudu) e rivolti verso la Kaaba alla Mecca. Ogni preghiera è composta da cicli (rak’ah) in cui si sta in piedi recitando il Corano in arabo, ci si inchina, ci si prosterna con la fronte a terra e ci si siede. La chiamata alla preghiera (adhan) ne annuncia gli orari. La preghiera comunitaria del venerdì (jumu’ah), con il suo sermone, è un dovere per gli uomini, e le donne possono parteciparvi. Accanto alla salah, i musulmani rivolgono suppliche personali (du’a) e praticano il ricordo di Dio (dhikr).
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La preghiera obbligatoria e la lettura quotidiana
Bahá’u’lláh rivelò tre preghiere obbligatorie, e ogni bahá’í dai quindici anni in su ne sceglie una da recitare ogni giorno: una preghiera breve una volta tra mezzogiorno e il tramonto, una media tre volte al giorno, o una lunga una volta ogni ventiquattro ore, che comprende lo stare in piedi, l’inginocchiarsi e l’alzare le mani. Si recitano in privato, dopo essersi lavati le mani e il viso, rivolti verso la Qiblih, il Mausoleo di Bahá’u’lláh a Bahjí, vicino ad Akka. Ai bahá’í si chiede inoltre di leggere dagli scritti sacri ogni mattina e ogni sera e di ripetere «Alláh-u-Abhá», «Dio è il Gloriosissimo», novantacinque volte al giorno.
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Liturgia, incenso e coltivazione interiore
Nei monasteri taoisti sacerdoti, monaci e monache cantano le liturgie del mattino e della sera, recitando scritture e inni alle divinità al suono di campane, tamburi e del pesce di legno. I fedeli laici visitano i templi per offrire incenso – spesso tre bastoncini, portati alla fronte con un inchino – davanti a divinità come Laozi, onorato come il Supremo Signore Lao, o a protettori e immortali popolari, e possono consultare blocchetti divinatori o bastoncini della fortuna sulle questioni della vita. Molti taoisti praticano anche la coltivazione interiore, dalla seduta in quiete e dagli esercizi di respirazione fino all’alchimia interiore (neidan), che cerca di raffinare l’energia del corpo (qi) e di ritornare al Tao.
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La preghiera al santuario e il kamidana
In un santuario shintoista i fedeli si inchinano al portale torii, poi si purificano alla vasca d’acqua (temizuya), sciacquandosi le mani e la bocca. Nella sala di culto gettano una moneta nella cassetta delle offerte, possono suonare una campana e seguono lo schema consueto di due inchini, due battiti di mani e un inchino, offrendo un ringraziamento o una richiesta silenziosa prima dell’inchino finale. Molte case hanno un kamidana, un piccolo altare a mensola che custodisce talismani di santuari locali e maggiori, dove ogni mattina si depongono offerte di riso, sale e acqua. I desideri si possono anche scrivere su piccole tavolette di legno (ema) da appendere al santuario.
Domande frequenti
Perché molte tradizioni pregano in una lingua antica?
Le lingue sacre – ebraico, arabo, sanscrito, pali, avestico, latino o slavo ecclesiastico – legano i fedeli alla Scrittura così come fu rivelata o messa per iscritto per la prima volta, e ai fratelli nella fede attraverso secoli e continenti. Molte tradizioni accolgono anche la preghiera nella propria lingua: i bahá’í recitano di solito le preghiere in traduzione, e i riformatori protestanti sostennero il culto nella lingua del popolo.
La meditazione è la stessa cosa della preghiera?
Non proprio, anche se si sovrappongono. La preghiera è di solito rivolta a Dio o ad altri esseri divini, mentre la meditazione allena l’attenzione e la consapevolezza. Molte tradizioni le uniscono: la preghiera contemplativa cristiana, il *naam simran* sikh, il *dhikr* sufi e la seduta in quiete taoista uniscono tutti la devozione al silenzio interiore, mentre la meditazione buddhista e giainista mira soprattutto alla visione profonda e alla purificazione della mente.
Fonti e letture consigliate
- Friedrich Heiler, Prayer: A Study in the History and Psychology of Religion (Oxford University Press, 1932)
- Philip Zaleski and Carol Zaleski, Prayer: A History (Houghton Mifflin, 2005)
- John Bowker (ed.), The Oxford Dictionary of World Religions (Oxford University Press, 1997)