Capitolo I
L’arte della trasformazione
L’alchimia fu una ricerca pratica e filosofica di lunghissima durata, dedicata alla trasformazione della materia. Il suo obiettivo più noto era la trasmutazione, cioè mutare metalli vili come il piombo in argento o in oro, spesso per mezzo di una sostanza chiamata pietra filosofale. Gli alchimisti preparavano anche medicine, tinture, pigmenti, vetro e sali purificati, e alcuni cercavano un elisir capace di prolungare la vita. La parola è giunta all’italiano dal latino medievale alchimia, a sua volta dall’arabo al-kimiya, la cui origine più antica è discussa.
I primi scritti alchemici occidentali provengono dall’Egitto greco-romano. Su papiri si conservano ricette per imitare metalli preziosi e tinture, e intorno al 300 d.C. Zosimo di Panopoli scrisse trattati che uniscono la descrizione di laboratorio a un linguaggio religioso e visionario. Dall’VIII secolo in poi, studiosi che scrivevano in arabo ampliarono enormemente quest’arte. Un vasto corpus di scritti attribuiti a Jabir ibn Hayyan sviluppò la teoria secondo cui i metalli sono composti da due principi, lo zolfo e il mercurio, e il medico Abu Bakr al-Razi descrisse sostanze e apparecchi con notevole chiarezza.
Nel XII secolo le opere arabe furono tradotte in latino, a cominciare dalla versione del Libro della composizione dell’alchimia realizzata da Roberto di Chester nel 1144, e l’alchimia mise radici nell’Europa medievale. Nel Cinquecento il medico svizzero Paracelso esortò gli alchimisti a produrre medicine anziché oro. Altrove fiorirono tradizioni distinte. In Cina il waidan taoista («elisir esterno») cercava elisir d’immortalità, mentre il neidan («elisir interno») trasformò il linguaggio alchemico in una disciplina di meditazione e respirazione. L’India sviluppò una propria tradizione, il rasashastra, incentrata sul mercurio e sulla medicina.
Capitolo II
Dal laboratorio alla storia della scienza
L’alchimia è ampiamente documentata da migliaia di manoscritti, libri a stampa, apparecchi superstiti e laboratori riportati alla luce dagli scavi. Gli storici non la trattano più come semplice superstizione o frode, anche se le frodi esistevano eccome e venivano messe in satira, come nella commedia di Ben Jonson L’alchimista (1610). Molti alchimisti erano sperimentatori accurati che perfezionarono la distillazione, la sublimazione e altre tecniche poi ereditate dalla chimica.
Storici come Lawrence Principe e William Newman hanno dimostrato che nel Seicento non esisteva una linea netta tra alchimia e chimica, e per indicare il campo unitario usano la grafia dell’epoca «chymistry». Robert Boyle, spesso definito uno dei fondatori della chimica moderna, cercò la pietra filosofale, e Isaac Newton scrisse circa un milione di parole su temi alchemici, in gran parte appunti e trascrizioni di altri autori. Principe ha riprodotto in laboratorio ricette alchemiche, mostrando che descrizioni bizzarre, come un «albero» metallico che cresce in un’ampolla, registrano spesso vere reazioni chimiche in un linguaggio cifrato e allegorico.
Ciò che le prove non mostrano è che qualcuno abbia mai trasformato il piombo in oro con mezzi chimici. La fisica moderna spiega perché: trasformare un elemento in un altro richiede di modificare il nucleo dell’atomo, cosa che le normali reazioni chimiche non possono fare. Nel corso del Settecento la chimica si separò dalla ricerca della trasmutazione, che venne sempre più associata a interpretazioni esoteriche e spirituali.
Capitolo III
Alchimia spirituale e cultura moderna
Accanto al lavoro di laboratorio, l’alchimia ebbe sempre significati religiosi e simbolici. I testi medievali e della prima età moderna paragonavano la purificazione dei metalli alla morte e resurrezione di Cristo, e illustravano i loro procedimenti con re e regine, draghi, aquile e le nozze del sole e della luna. Nell’Ottocento alcuni occultisti sostennero che l’alchimia era sempre stata una disciplina puramente spirituale, una lettura che gli storici considerano parziale ma che resta popolare.
Lo psicologo Carl Jung, in opere come Psicologia e alchimia (1944), interpretò le immagini alchemiche come una mappa del cammino della psiche verso la totalità, e le sue idee plasmarono profondamente la visione novecentesca della materia. Nella pratica taoista l’alchimia interiore continua come tradizione viva di meditazione e coltivazione di sé. I simboli alchemici compaiono inoltre ovunque nell’arte, nel fantasy e nei giochi, dalla pietra filosofale delle storie di Harry Potter al manga giapponese Fullmetal Alchemist.
Il sogno della trasmutazione ha avuto perfino un risvolto moderno: negli acceleratori di particelle i fisici hanno trasformato minuscole quantità di altri elementi in oro, a un costo di gran lunga superiore al valore dell’oro ottenuto. Per gli storici l’alchimia è oggi un campo rispettato, che illumina il modo in cui persone di molte culture cercarono di comprendere e dominare il mondo materiale.