Codex of FaithsUn atlante illustrato delle fedi

Clero e vita religiosa

Dotti e ruoli religiosi nell’islam

L’islam non ha una chiesa in senso istituzionale, e l’islam sunnita, seguito dalla grande maggioranza dei musulmani, non ha clero ordinato né sacerdozio. Nessun sacramento richiede un sacerdote, e qualsiasi musulmano adulto di buona reputazione può guidare la preghiera. L’autorità religiosa poggia invece sul sapere. Gli ulama, i dotti formati nel Corano, negli hadith e nel diritto islamico (fiqh), interpretano la tradizione, la insegnano e consigliano su come applicarla, e il loro prestigio dipende dal riconoscimento di maestri, colleghi e comunità. Oggi molti Stati organizzano questa autorità tramite ministeri, muftì ufficiali e personale stipendiato delle moschee. L’islam sciita, soprattutto nella sua forma duodecimana, ha sviluppato una gerarchia del sapere più definita, che culmina nei giuristi più eminenti, che i fedeli seguono in materia di legge. Accanto ai dotti ci sono le confraternite sufi, comunità di pratica mistica guidate da sceicchi. I ruoli che seguono sono funzioni e gradi di sapere, non ranghi di un sacerdozio.

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Ordini e stati di vita

  • Sapere e diritto

    Gli ulama sono dotti, non sacerdoti. Studiano per molti anni in moschee, madrase e università come Al-Azhar al Cairo, ricevendo licenze (ijaza) dai loro maestri. Chi è qualificato a emettere pareri giuridici formali è un muftì. In molti Stati moderni il muftì principale ricopre una carica ufficiale, mentre innumerevoli altri insegnano, giudicano o scrivono senza alcun titolo statale.

  • La moschea

    La moschea non ha bisogno di clero per funzionare, ma la maggior parte ha personale fisso. L’imam guida le cinque preghiere quotidiane e spesso pronuncia il sermone del venerdì, e il muezzin lancia la chiamata alla preghiera. In paesi come Turchia, Egitto e Marocco questi incarichi sono posti stipendiati sotto un ministero o una direzione statale degli affari religiosi; altrove sono le comunità a nominarli e pagarli direttamente.

  • Il sapere sciita

    I dotti sciiti duodecimani si formano nei seminari (hawza), soprattutto a Najaf e a Qom. Gli studenti avanzati che giungono al ragionamento giuridico indipendente (ijtihad) diventano mujtahid. Titoli informali indicano l’anzianità, da hujjat al-islam ad ayatollah e grande ayatollah. Un piccolo numero di grandi ayatollah è riconosciuto come marja’ al-taqlid, fonte di emulazione, le cui decisioni i fedeli scelgono di seguire.

  • La via sufi

    Il sufismo è la dimensione mistica dell’islam, praticata in confraternite (tariqa) che fanno risalire una catena di maestri attraverso le generazioni. Il discepolo (murid) è guidato da uno sceicco e partecipa al ricordo comunitario di Dio (dhikr), che assume forme come il canto, la recitazione e, presso i mevlevi, la cerimonia della danza rotante nota come sema.

Sapere e diritto

Gran Muftì

al-mufti al-akbar / mufti al-diyar (Arabic, مفتي)

Appellativo Sua Eminenza (in arabo *Samahat al-Mufti* o *Fadilat al-Mufti*)

Il muftì è un dotto qualificato a emettere una fatwa, un parere motivato su una questione di diritto o di etica islamica; la fatwa è consultiva e non vincola come una sentenza di tribunale. Molti paesi, tra cui Egitto, Arabia Saudita, Giordania e Libano, nominano un gran muftì come loro principale giurista ufficiale. In Egitto egli guida la Dar al-Ifta, fondata nel 1895, che opera accanto ad Al-Azhar, l’antica moschea-università i cui dotti hanno un ruolo formale nella sua scelta. I gran muftì rispondono ai quesiti del pubblico, consigliano lo Stato e rappresentano l’opinione religiosa ufficiale.

Che cosa indossa la figura

  1. Jubba jubba (جبة)

    Una veste aperta scura, grigio antracite o nera, con ampie maniche, portata sopra la veste interna; l’indumento esterno del tradizionale dotto azharita.

  2. Caftano qaftan (قفطان)

    Una veste interna più leggera, lunga fino alle caviglie, spesso a righe o in tinta unita, chiusa sul davanti e visibile sotto la jubba aperta.

  3. Turbante azharita 'imama (عمامة) on a tarbush (طربوش)

    Un telo bianco da turbante avvolto con cura attorno a un tarbush di feltro rosso, la cui sommità piatta e rossa resta visibile; il copricapo riconosciuto dei dotti di Al-Azhar.

  4. Corona di preghiera misbaha / subha (مسبحة)

    Una fila di grani, di solito novantanove o trentatré, usata per contare le formule di lode e di ricordo di Dio dopo la preghiera.

Fuori dalle funzioni
Molti muftì ufficiali indossano in pubblico e nelle occasioni formali la veste e il turbante azhariti, anche se alcuni vestono un completo in patria o all’estero. In Arabia Saudita l’abbigliamento è un thobe bianco, un copricapo di stoffa e un bisht scuro.
Insegne
Non esistono insegne sacre; il turbante e la veste azhariti indicano un dotto diplomato, e l’autorità deriva dal sapere e dalla carica.

La moschea

Imam

imam (Arabic, إمام); Turkish imam, Persian pish-namaz

Appellativo Imam o Shaykh, seguito dal nome

Nell’uso sunnita corrente l’imam è colui che guida la preghiera comunitaria, stando davanti alle file dei fedeli. Qualsiasi musulmano adulto competente può guidarla, ma le moschee più grandi nominano un imam fisso che insegna anche, officia matrimoni e funerali e offre consiglio. Alla preghiera del venerdì a mezzogiorno il sermone (khutba) è pronunciato da un predicatore, il khatib, ruolo che spesso assume l’imam stesso. Nell’islam sciita la parola ha anche un senso più alto e indica i dodici Imam discendenti del Profeta, considerati le guide legittime della comunità.

Che cosa indossa la figura

  1. Thobe thawb (ثوب) / jubba

    Una lunga veste bianca fino alle caviglie, a maniche lunghe, l’abito comune degli uomini in gran parte del mondo arabo e l’indumento abituale per la preghiera.

  2. Bisht bisht (بشت)

    Un mantello marrone leggero e fluente, bordato di passamaneria dorata, portato aperto sopra la veste nelle occasioni formali e al sermone del venerdì.

  3. Kufi e turbante taqiya (طاقية), 'imama (عمامة)

    Uno zucchetto bianco aderente con un telo bianco da turbante avvolto attorno, segno tradizionale di sapere e di dignità nella moschea.

  4. Libro chiuso

    Un volume rilegato tenuto chiuso in una mano, che rappresenta lo studio del Corano e dei testi dotti su cui poggia l’insegnamento dell’imam.

Fuori dalle funzioni
Fuori dalla moschea molti imam vestono abiti comuni. L’abbigliamento varia da paese a paese: gli imam turchi portano durante la preghiera una lunga veste e uno zucchetto avvolto di bianco, mentre gli imam in Europa e in Nord America guidano spesso la preghiera con una semplice veste e uno zucchetto.
Insegne
Nessuna insegna della carica; il posto dell’imam è indicato dalla nicchia della preghiera (*mihrab*) e, per il sermone del venerdì, dal pulpito a gradini (*minbar*).

La moschea

Muezzin

mu'adhdhin (Arabic, مؤذن); Turkish müezzin

Appellativo Nessun titolo formale; ci si rivolge a lui per nome

Il muezzin proclama la chiamata alla preghiera, l’adhan, cinque volte al giorno, tradizionalmente dal minareto e oggi di solito tramite altoparlanti. Lancia anche la seconda chiamata, l’iqama, quando la comunità si alza per pregare. La tradizione vuole che il primo muezzin sia stato Bilal ibn Rabah, uno schiavo affrancato celebre per la sua voce. Un buon muezzin è apprezzato per la pronuncia chiara e la voce melodiosa, e in città come Istanbul e il Cairo la chiamata è un’arte vocale riconosciuta, con propri modi melodici.

Che cosa indossa la figura

  1. Veste thawb / jubba

    Una semplice veste bianca lunga fino alle caviglie, a maniche lunghe, sobria e pulita come si addice a chi chiama gli altri alla preghiera.

  2. Kufi taqiya (طاقية)

    Uno zucchetto bianco aderente e arrotondato, di cotone o all’uncinetto, portato da molti uomini musulmani durante la preghiera e nella moschea.

Fuori dalle funzioni
La maggior parte dei muezzin veste come gli altri uomini della propria comunità; molti uniscono questo ruolo ad altri compiti nella moschea, o fanno da imam aggiunti. In Turchia sono dipendenti stipendiati della Diyanet.
Insegne
Nessuna; il segno del ruolo è la chiamata stessa, lanciata con le mani alzate accanto alle orecchie.

Il sapere sciita

Ayatollah / Grande ayatollah

ayatollah (Persian آیت‌الله, Arabic ayat Allah), ayatollah al-uzma; marja' al-taqlid

Appellativo *Hazrat-e Ayatollah* (persiano); Grande ayatollah, in arabo *Samahat al-Sayyid* per un sayyid

Ayatollah, che significa «segno di Dio», è un titolo dato a un mujtahid sciita duodecimano di alto livello, un giurista qualificato a ragionare in modo indipendente a partire dalle fonti del diritto. Non viene conferito per ordinazione, ma nasce dall’insegnamento, dagli scritti e dal riconoscimento degli altri dotti. I grandi ayatollah che pubblicano un trattato di decisioni e attirano seguaci diventano marja’ al-taqlid, fonte di emulazione. I fedeli scelgono un marja’ e seguono le sue decisioni in materia di pratica, e molti gli versano i tributi religiosi (khums) per sostenere seminari e opere di carità. I centri principali sono Najaf in Iraq e Qom in Iran.

Che cosa indossa la figura

  1. Turbante nero 'ammameh siyah (عمامه)

    Un turbante nero, portato dai dotti che sono sayyid, discendenti riconosciuti del Profeta; gli altri dotti sciiti portano un turbante bianco.

  2. Aba 'aba (عبا)

    Un lungo e ampio mantello nero con aperture per le braccia invece di vere maniche, che scende dalle spalle alle caviglie; l’indumento esterno del religioso sciita.

  3. Qaba qaba (قبا)

    Una lunga veste grigia, chiusa sul davanti e portata sotto l’aba, con il colletto bianco della camicia che si vede al collo.

  4. Libro chiuso

    Un volume rilegato tenuto chiuso, che rappresenta lo studio del giurista e il trattato di decisioni pratiche (risala) che un marja’ pubblica.

Fuori dalle funzioni
Turbante, aba e qaba sono l’abito quotidiano dei religiosi sciiti, portato durante l’insegnamento, in pubblico e a casa quando ricevono visite; i colori della qaba variano, ma l’aba è di solito nera o marrone.
Insegne
Nessuna insegna oltre all’abito; l’anzianità si manifesta nel titolo, nel numero di seguaci di un dotto e nelle cerchie di studenti che frequentano le sue lezioni.

La via sufi

Derviscio sufi (semazen mevlevi)

darvish (Persian درویش), Turkish derviş, semazen

Appellativo Dede per un mevlevi anziano; il capo dell’ordine è il Çelebi

Il derviscio è un membro di una confraternita sufi che segue un cammino spirituale sotto la guida di uno sceicco. L’ordine mevlevi, fondato a Konya dopo la morte del poeta Jalal al-Din Rumi nel 1273, è noto per la sema, una cerimonia di musica e di danza rotante in cui il derviscio ruota come atto di ricordo di Dio. Nel 1925 la Repubblica turca chiuse tutte le logge sufi (tekke), comprese quelle mevlevi, ma la sema continua come spettacolo e come pratica, e l’UNESCO iscrive la cerimonia della sema mevlevi nel patrimonio culturale immateriale.

Che cosa indossa la figura

  1. Sikke sikke

    Un alto cappello di feltro color miele bruno a forma di tronco di cono, che secondo la tradizione rappresenta la pietra tombale dell’ego.

  2. Tennure tennure

    Una lunga gonna bianca senza maniche che si apre in un’ampia campana quando il derviscio ruota, tradizionalmente paragonata a un sudario.

  3. Giacca destegül

    Una corta giacca bianca a maniche lunghe, portata sopra la tennure e aderente in vita, che lascia le braccia libere di aprirsi durante la rotazione.

Fuori dalle funzioni
L’abito mevlevi è riservato alla sema; negli altri momenti i dervisci vestono abiti comuni. Prima di ruotare il semazen indossa sopra le vesti bianche un mantello nero (*hırka*), che toglie all’inizio della cerimonia.
Insegne
Il sikke è il segno principale dell’ordine; la postura della rotazione, con il palmo destro rivolto in alto per ricevere e il sinistro in basso per trasmettere, ne esprime l’insegnamento.

Domande frequenti

L’islam ha sacerdoti?

No. L’islam non ha sacramenti che richiedano un sacerdote e, nell’islam sunnita, non c’è ordinazione. Qualsiasi musulmano adulto che conosca la preghiera può guidarla, e matrimoni e funerali non dipendono da un officiante ordinato. L’autorità spetta invece ai dotti, gli ulama, il cui prestigio deriva dallo studio e dal riconoscimento. In pratica molti Stati impiegano imam, predicatori e muftì, il che può far sembrare questi ruoli un clero, ma restano maestri e funzionari, non un sacerdozio.

Che cos’è una fatwa?

Una fatwa è un parere dotto su una questione di diritto o di etica islamica, dato da un muftì qualificato in risposta a una domanda. La maggior parte delle fatwa riguarda questioni ordinarie come la preghiera, il digiuno, l’eredità, gli affari e la vita familiare. Una fatwa non è una sentenza e non è automaticamente vincolante; chi pone la domanda può confrontarla con altri pareri. Enti ufficiali come la Dar al-Ifta egiziana emettono migliaia di fatwa ogni anno, molte ormai per telefono e online.

Qual è la differenza tra un imam e un muftì?

L’imam guida la preghiera e, in una moschea con un imam fisso, di solito insegna anche, predica e serve la comunità. Il muftì è un dotto qualificato a emettere pareri giuridici formali. I due ruoli possono coincidere nella stessa persona, ma sono di natura diversa: guidare la preghiera richiede la conoscenza del Corano e della preghiera, mentre emettere fatwa richiede una formazione avanzata in giurisprudenza. Il gran muftì è un muftì ufficiale di alto rango, spesso nominato dallo Stato.

Perché alcuni religiosi sciiti portano il turbante nero e altri bianco?

Nella pratica sciita duodecimana il turbante nero indica un *sayyid*, un dotto appartenente a una famiglia riconosciuta come discendente del Profeta attraverso sua figlia Fatima e suo cugino Ali. I religiosi che non sono sayyid portano un turbante bianco. Il colore indica la discendenza, non l’anzianità né il sapere: un giovane seminarista che è sayyid porta il nero, mentre un anziano grande ayatollah che non è sayyid porta il bianco.

Perché i dervisci mevlevi ruotano?

La sema è una forma di *dhikr*, il ricordo di Dio. Nell’interpretazione mevlevi il derviscio ruota da destra verso sinistra attorno al cuore, con il palmo destro aperto verso il cielo per ricevere e il sinistro rivolto verso la terra per trasmettere ciò che riceve. La cerimonia segue un ordine fisso di musica, poesia e quattro sezioni chiamate *selam*. Dalla chiusura delle logge nel 1925 viene eseguita in pubblico, in particolare a Konya ogni dicembre.

Fonti e letture consigliate

  1. The Ulama in Contemporary Islam: Custodians of Change – Muhammad Qasim Zaman (Princeton University Press, 2002)
  2. Defining Islam for the Egyptian State: Muftis and Fatwas of the Dar al-Ifta – Jakob Skovgaard-Petersen (Brill, 1997)
  3. An Introduction to Shi'i Islam – Moojan Momen (Yale University Press, 1985)
  4. Mystical Dimensions of Islam – Annemarie Schimmel (University of North Carolina Press, 1975)
  5. Islam: The Straight Path – John L. Esposito (Oxford University Press, 1988)