Capitolo I
Pericolo sulle strade
All’inizio dell’Ottocento viaggiare nell’India centrale e settentrionale era lento e rischioso. Mercanti, soldati che tornavano a casa in licenza, pellegrini e messaggeri percorrevano strade che attraversavano foreste e il mosaico di territori lasciato dal declino dell’Impero moghul e dalle guerre tra i maratti e la Compagnia britannica delle Indie Orientali. Soldati smobilitati e uomini impoveriti si davano talvolta al brigantaggio. Tra i vari pericoli, gli ufficiali britannici cominciarono a sentir parlare di bande che si univano ai viaggiatori lungo la strada, ne conquistavano la fiducia nel corso di alcuni giorni e poi li strangolavano e prendevano i loro beni.
La parola usata per questi uomini era «thug», dall’hindi thag, termine che indica un imbroglione o un truffatore. Non era nuova: lo storico trecentesco Ziauddin Barani parla di una grossa banda di thug catturata nei pressi di Delhi intorno al 1290 e mandata nel Bengala. Ma fino agli anni 1820 i britannici prestarono al problema poca attenzione sistematica. I corpi dei viaggiatori venivano spesso nascosti, e la loro scomparsa poteva essere attribuita a malattie, animali selvatici o diserzione.
L’uomo più legato alla campagna contro i thug è William Henry Sleeman, ufficiale della Compagnia delle Indie Orientali di stanza nei Territori di Saugor e Nerbudda, nell’India centrale. Dal 1829 circa raccolse informazioni, arrestò sospetti e convinse alcuni di loro a diventare «approvers», delatori risparmiati in cambio della descrizione dei compagni e dell’indicazione agli ufficiali dei luoghi di sepoltura. Nel 1835 fu istituito sotto la sua direzione un apposito Dipartimento del Thuggee. I suoi ufficiali seguivano i delatori attraverso diversi Stati, aprivano le fosse per verificarne i racconti e portavano centinaia di prigionieri a processi speciali a Jabalpur e in altri centri.