Capitolo I
L’imperatore e la Casa del culto
Akbar salì al trono nel 1556 a tredici anni, erede di un impero giovane e fragile fondato da suo nonno Babur. Nel mezzo secolo successivo estese il dominio moghul a gran parte dell’India settentrionale e centrale, governando una popolazione in cui i musulmani erano una minoranza e indù, giainisti, sikh, zoroastriani e altri formavano la maggioranza. All’inizio del regno prese provvedimenti che gli valsero sostegno al di là dell’élite musulmana. Sposò principesse rajput, nominò nobili indù a cariche elevate e, nel 1564, abolì la jizya, la tassa pro capite tradizionalmente imposta ai non musulmani dalla legge islamica.
Akbar era anche personalmente attratto dalle questioni religiose. Le fonti lo descrivono mentre trascorre notti in preghiera e in conversazione, e subiva il fascino della mistica sufi, in particolare dell’ordine Chishti, di cui venerava il santo Shaikh Salim Chishti. Nel 1575, nella sua nuova capitale di Fatehpur Sikri, costruì l’Ibadat Khana, la Casa del culto, dove i dotti si riunivano il giovedì sera, vigilia del venerdì, per discutere. All’inizio i partecipanti erano teologi e giuristi musulmani, e le dispute tra loro erano aspre. Badauni, che vi assisteva, ricorda dotti che urlavano e si insultavano a vicenda, cosa che sembra aver ridotto la fiducia di Akbar nell’establishment religioso.
Dal 1578 circa la cerchia si allargò. Arrivarono a corte pandit indù, monaci giainisti, sacerdoti zoroastriani e poi missionari cristiani. Nel 1580 giunse dalla Goa portoghese la prima missione gesuita, guidata da Rodolfo Acquaviva, con Antonio Monserrate, il cui resoconto della corte è giunto fino a noi. I gesuiti speravano di convertire l’imperatore e rimasero delusi quando egli mostrò interesse per ogni fede senza impegnarsi nella loro. Fece visita anche il monaco giainista Hiravijaya Suri, e le fonti giainiste gli attribuiscono il merito di aver convinto Akbar a limitare la macellazione degli animali in certi giorni.
Giunsero a corte anche sacerdoti zoroastriani del Gujarat, tra cui Dastur Meherji Rana, e Abu’l Fazl riferisce che nel palazzo si teneva acceso un fuoco sacro e che l’imperatore onorava il sole in ore stabilite del giorno. La curiosità di Akbar assunse anche una forma erudita. Promosse un ufficio di traduzione che rese in persiano opere sanscrite, tra cui il Mahabharata, noto nella versione persiana come Razmnama, o Libro della guerra, e il Ramayana, spesso riccamente illustrati dai pittori di corte. Badauni, incaricato di lavorare ad alcune di queste traduzioni, si lamentò amaramente del compito. Per Akbar, a quanto pare, ogni tradizione conteneva una parte di verità che valeva la pena di esaminare.