Capitolo I
Peccato, penitenza e il tesoro dei meriti
Per capire le indulgenze bisogna partire dalla teologia medievale della penitenza. Nell’insegnamento cattolico il peccatore che si pente e si confessa ottiene il perdono della colpa ed è liberato dalla pena eterna. Resta però un debito di pena temporale, da scontare con atti di penitenza in questa vita o con la purificazione in purgatorio dopo la morte. Nella Chiesa antica le penitenze erano lunghe e pubbliche, e a volte duravano anni. Col tempo la Chiesa permise di commutarle in altre opere pie, come preghiere, pellegrinaggi, digiuni o doni ai poveri.
L’indulgenza era la dichiarazione della Chiesa che una parte o la totalità di questa pena temporale veniva rimessa. Un’indulgenza parziale si misurava in giorni o anni, corrispondenti agli antichi periodi penitenziali; un’indulgenza plenaria la rimetteva tutta. La prima grande indulgenza plenaria fu offerta nel 1095, quando papa Urbano II promise che a chi fosse partito per la crociata con retta intenzione la penitenza sarebbe stata considerata compiuta. Nel 1300 Bonifacio VIII estese un’indulgenza plenaria ai pellegrini che avessero visitato Roma durante il primo anno giubilare.
I teologi spiegavano l’origine di questo potere con l’idea del tesoro dei meriti. Il sacrificio di Cristo e le opere buone della Vergine Maria e dei santi avevano prodotto una sovrabbondanza di meriti, più di quanto servisse alla loro stessa salvezza. La Chiesa, che deteneva le chiavi date a san Pietro, poteva distribuire ai fedeli da questo tesoro. Papa Clemente VI espose la dottrina nella bolla Unigenitus nel 1343. Nel 1476 Sisto IV dichiarò che i vivi potevano ottenere indulgenze per le anime già in purgatorio, per via di suffragio.