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Gli strigoi, i morti inquieti della Romania

Gli strigoi, streghe viventi e morti inquieti del folklore romeno, scacciati con l’aglio la vigilia di Sant’Andrea e trasformati dal Dracula di Stoker.

Quando
dalle credenze popolari medievali a oggi
Dove
Romania e Moldavia, e regioni vicine dell’Europa sud-orientale

In breve

  1. I.Nel folklore romeno gli strigoi sono di due tipi, persone vive la cui anima vaga di notte per fare del male e persone morte che risorgono dalla tomba per tormentare le famiglie e i villaggi.
  2. II.Gli abitanti dei villaggi si proteggevano con l’aglio, con oggetti benedetti e con attente usanze funebri, soprattutto la vigilia di Sant’Andrea e quella di San Giorgio, quando si credeva che gli strigoi fossero più attivi.
  3. III.Gli strigoi appartengono a una più ampia credenza nei morti che ritornano diffusa nell’Europa sud-orientale, giunta nell’Europa occidentale nel XVIII secolo con il nome di «vampiro».
  4. IV.Il Dracula di Bram Stoker del 1897 prese in prestito parte di queste tradizioni ma le trasformò profondamente, e lo storico principe Vlad III, ricordato in Romania come un sovrano severo, non fu mai uno strigoi nella credenza popolare.

Cronologia

  1. I secolo d.C.Scrittori romani come Ovidio descrivono la strix, un uccello notturno stridente che si credeva assalisse i neonati, parola da cui deriva strigoi.
  2. 1725–1732Funzionari asburgici riferiscono casi di morti che ritornano nei villaggi serbi, diffondendo la parola «vampiro» nell’Europa occidentale.
  3. 1885Emily Gerard pubblica Transylvanian Superstitions, che descrive le credenze sui non morti in Transilvania.
  4. 1897Bram Stoker pubblica Dracula, ambientando in Transilvania il suo conte vampiro.
  5. 1922Il film Nosferatu di F. W. Murnau introduce l’idea che la luce del sole distrugga il vampiro.
  6. 1926Lo studio di Agnes Murgoci The Vampire in Roumania viene pubblicato sulla rivista Folklore.

Che cosa mostrano i documenti

  • La parola romena strigoi viene dal latino strix o striga, uccello notturno e, più tardi, strega.
  • I folkloristi del XIX e dell’inizio del XX secolo registrarono ampiamente le credenze sugli strigoi nei villaggi romeni, con grandi variazioni regionali di nomi e dettagli.
  • Le credenze sui morti che ritornano erano comuni in tutta l’Europa sud-orientale, e i rapporti asburgici degli anni Venti e Trenta del Settecento le portarono all’attenzione degli studiosi occidentali.
  • Le esumazioni di presunti strigoi sono documentate fino al XX secolo, e un caso in un villaggio della Romania meridionale nel 2004 si concluse con condanne penali.
  • Gli appunti di lavoro di Bram Stoker mostrano che si basò su libri di viaggio e saggi, tra cui quello di Emily Gerard, e non su una conoscenza diretta della Romania, che non visitò mai.

Che cosa dice la leggenda

  • Si dice spesso che Dracula sia una figura del folklore romeno. Il conte è un’invenzione di Stoker; il suo nome viene da Vlad III, il cui padre apparteneva all’Ordine del Drago, ma la tradizione romena ricordava Vlad come un sovrano severo, perfino giusto, mai come uno strigoi.
  • Gli strigoi sono comunemente immaginati come eleganti aristocratici bevitori di sangue, con zanne e mantello. Gli strigoi dei villaggi erano gente comune, spesso vicini o parenti, e facevano del male agli altri soprattutto sottraendo vita, latte e fortuna.
  • Si afferma spesso che nosferatu sia la parola romena per vampiro. Gerard la usò in quel senso, ma la parola non appartiene al romeno standard e la sua origine è incerta.
  • Molti credono che nel folklore i vampiri muoiano alla luce del sole. L’idea viene dal film Nosferatu del 1922; nel romanzo di Stoker Dracula è indebolito di giorno ma non distrutto.

Personaggi chiave

  • Simion Florea MarianSacerdote e folklorista romeno (1847–1907) che raccolse credenze e usanze legate alla nascita, al matrimonio e alla morte
  • Emily GerardScrittrice scozzese (1849–1905) il cui saggio Transylvanian Superstitions (1885) descriveva le credenze sui vampiri e fu letto da Bram Stoker
  • Bram StokerScrittore irlandese (1847–1912), autore di Dracula (1897), che adattò tradizioni dell’Europa orientale a un romanzo gotico
  • Agnes MurgociFolklorista il cui articolo The Vampire in Roumania (1926) raccolse testimonianze di villaggio su strigoi e moroi

Poteri, segni e protezioni

  • Segni alla nascita

    Secondo il folklore, un bambino nato con la camicia o con una piccola coda, o il settimo figlio dello stesso sesso in una famiglia, poteva diventare uno strigoi vivente.

  • Il male notturno

    Si diceva che gli strigoi viventi mandassero fuori l’anima di notte, spesso in forma animale, per rubare il latte delle mucche, la fertilità dei campi o le forze dei vicini, e per combattere tra loro agli incroci.

  • I morti che ritornano

    Si credeva che uno strigoi morto tornasse alla propria casa, portando malattia e morte ai parenti e al bestiame. Tra i segni cercati c’erano un corpo che non si decomponeva e morti improvvise in una famiglia.

  • L’aglio

    La vigilia di Sant’Andrea, il 29–30 novembre, le famiglie strofinavano l’aglio su porte, finestre e camini e sulle corna del bestiame; in alcuni villaggi i giovani vegliavano tutta la notte sull’aglio.

  • La cura dei funerali

    Un’attenta veglia sul defunto, tenere gatti e altri animali lontani dal corpo e i giusti riti della Chiesa servivano a impedire che i morti diventassero strigoi.

  • Moroi

    Il moroi, figura affine, era in molte regioni lo spirito di un bambino non battezzato o uno spirito di ritorno più debole; i significati variavano da villaggio a villaggio.

Capitolo I

Uccelli notturni e morti inquieti

La parola strigoi risale a Roma. Gli scrittori latini descrivevano la strix, un uccello notturno stridente che si credeva assalisse i neonati addormentati; il poeta Ovidio parla di questi uccelli nei Fasti. Nel tardo latino striga finì per significare strega, e nelle lingue romanze dei Balcani la parola sopravvisse. In romeno strigoi (al femminile strigoaică) divenne il nome delle persone, vive o morte, che facevano del male ai vicini con mezzi soprannaturali.

La credenza appartiene a un mondo più ampio. In tutta l’Europa sud-orientale gli abitanti dei villaggi temevano che certi morti non riposassero ma tornassero alle loro case, portando malattia e morte. Slavi, greci, albanesi e ungheresi avevano i propri nomi per questi esseri. Negli anni Venti e Trenta del Settecento i funzionari asburgici inviati nelle regioni della Serbia da poco conquistate riferirono casi in cui gli abitanti avevano esumato corpi ritenuti responsabili di una serie di morti. I loro rapporti fecero scalpore nell’Europa occidentale, dove la parola serba «vampiro» entrò nel dibattito dotto e nelle letture popolari.

Quanto siano antiche le credenze romene sugli strigoi è difficile dirlo, perché prima del XIX secolo le testimonianze scritte sulla vita dei villaggi sono scarse. Folkloristi romeni come Simion Florea Marian, e più tardi raccoglitori stranieri come Agnes Murgoci, registrarono ciò che gli abitanti dei villaggi raccontavano loro sulla nascita, sulla morte e sugli strigoi. I loro resoconti mostrano una credenza con molte varianti locali, intrecciata con il calendario cristiano ortodosso e con le usanze funebri delle campagne.

Capitolo II

Vivi e morti

Il folklore distingueva due tipi. Gli strigoi vii, strigoi viventi, erano uomini e donne comuni che si pensava fossero segnati fin dalla nascita. Un bambino nato con la camicia, con una piccola coda o come settimo figlio dello stesso sesso poteva essere destinato a diventarlo. Di notte, si diceva, la loro anima lasciava il corpo addormentato, a volte in forma di animale, per rubare il latte delle mucche altrui, la ricchezza dei loro campi o la salute delle loro famiglie. In certe notti si radunavano agli incroci o sulle cime delle colline per combattere tra loro.

Gli strigoi morți, strigoi morti, erano persone che tornavano dalla tomba. Uno strigoi vivente lo diventava dopo la morte, ma poteva diventarlo anche chi moriva senza battesimo, suicida o sotto una maledizione, o un cadavere sopra cui fosse saltato un gatto. Lo strigoi morto tornava alla propria casa, tormentando i parenti e sottraendo la vita a loro e ai loro animali. Una malattia che si diffondeva in una famiglia, o un corpo che sembrava non essersi decomposto, potevano essere presi come segni.

Il moroi, figura affine, era inteso in modo diverso da regione a regione. In alcuni luoghi era lo spirito di un bambino non battezzato, in altri semplicemente un altro nome dello strigoi morto, in altri ancora un tipo di spirito più mite. I folkloristi sottolineano che la credenza dei villaggi non fu mai un sistema unico: nomi, segni e rimedi cambiavano da una valle all’altra.

Capitolo III

L’aglio e la vigilia di Sant’Andrea

La protezione più famosa è l’aglio. La vigilia di Sant’Andrea, la notte tra il 29 e il 30 novembre, si credeva che gli strigoi vagassero con particolare libertà. Le famiglie strofinavano l’aglio su porte e finestre, sul camino e sulle corna del bestiame, e in alcuni villaggi i giovani vegliavano tutta la notte su ciotole d’aglio in un’usanza nota come la guardia dell’aglio. La vigilia di San Giorgio, in aprile, era l’altra grande notte di pericolo, quando si pensava che gli strigoi viventi rubassero la fertilità della stagione a venire.

Anche i funerali erano una difesa. Vegliare sul corpo, tenerne lontani gli animali, i giusti riti della Chiesa e i regolari pasti commemorativi per i defunti contribuivano a garantire che i morti restassero in pace. Quando una serie di morti colpiva una famiglia, gli abitanti del villaggio potevano sospettare uno strigoi e, in passato, aprire la tomba. Le testimonianze di queste esumazioni proseguono fino al XX secolo, e nel 2004 un caso in un villaggio della Romania meridionale, in cui alcuni parenti esumarono il corpo di un uomo, portò a condanne penali. Episodi simili oggi sono rari e sono condannati dalla Chiesa e dalla legge.

Le storie di strigoi non servivano solo a spaventare. Esprimevano paure legate alle morti improvvise, ai raccolti perduti e all’invidia tra vicini, e offrivano alle comunità un modo per spiegare la sventura e agire contro di essa.

Gli studiosi si sono chiesti anche che cosa ci fosse dietro i segni che gli abitanti dei villaggi vedevano nei morti. Il folklorista americano Paul Barber ha sostenuto che molti tratti dei morti che ritornano descritti nei resoconti dell’Europa orientale, come corpi che apparivano gonfi, arrossati o non decomposti all’apertura delle tombe, corrispondono ai normali cambiamenti naturali dopo la morte, che gli abitanti dei villaggi, privi di formazione medica, interpretavano come prova che il morto era stato attivo. Le epidemie, che uccidevano uno dopo l’altro diversi membri di una famiglia, potevano facilmente sembrare opera del primo a morire. Queste spiegazioni non esauriscono il significato della credenza, ma aiutano a capire perché fosse così convincente per chi la condivideva.

Capitolo IV

Dagli strigoi a Dracula

I lettori occidentali conoscono gli strigoi soprattutto attraverso il Dracula di Bram Stoker, pubblicato nel 1897. Stoker non visitò mai la Romania. Attinse a libri di viaggio e al saggio di Emily Gerard Transylvanian Superstitions del 1885, che descriveva le credenze sui non morti e usava la parola nosferatu. Prese il nome Dracula da un resoconto sulla Valacchia che menzionava il principe del XV secolo Vlad III, figlio di Vlad Dracul, «il drago», nome che veniva dall’appartenenza del padre all’Ordine del Drago.

Il conte, tuttavia, è una creazione di Stoker: un aristocratico in un castello che beve sangue, non ha riflesso, comanda i lupi e viaggia fino a Londra. Gli strigoi dei villaggi non erano nobili ed erano spesso vicini o parenti. Vlad III, noto per le sue punizioni crudeli e per le guerre contro gli ottomani, era ricordato nella tradizione romena come un sovrano severo ma giusto, e nulla nel folklore ne fece uno strigoi. I film successivi aggiunsero altro: l’idea che la luce del sole distrugga il vampiro viene da Nosferatu del 1922.

Oggi gli strigoi compaiono nella letteratura e nel cinema romeni, e la leggenda di Dracula attira i turisti al castello di Bran in Transilvania, che ha ben poco a che vedere con Vlad. In alcuni villaggi l’aglio della vigilia di Sant’Andrea sopravvive come usanza viva, a ricordare che dietro il vampiro gotico c’è un più antico mondo popolare di morti inquieti.

Domande frequenti

Che cos’è uno strigoi?

Nel folklore romeno uno strigoi è o una persona viva la cui anima lascia il corpo di notte per fare del male, o una persona morta che torna dalla tomba per tormentare i vivi. La parola viene dal latino strix, un uccello notturno.

Gli strigoi sono vampiri?

Gli strigoi sono una delle forme locali di morti che ritornano da cui è nata l’idea occidentale del vampiro. Sono molto diversi dai vampiri della narrativa, e lo strigoi vivente non ha un vero equivalente nelle storie di vampiri successive.

Perché si usa l’aglio contro gli strigoi?

Nei villaggi romeni l’aglio era una protezione tradizionale contro il male, e la vigilia di Sant’Andrea lo si strofinava su porte, finestre e animali per tenere lontani gli strigoi.

Vlad l’Impalatore era un vampiro?

No. Vlad III fu un principe di Valacchia del XV secolo noto per la sua crudeltà in guerra e nelle punizioni, ma il folklore romeno non ne fece mai uno strigoi; il legame viene dal romanzo di Bram Stoker.

Fonti e letture consigliate

  1. Paul Barber, Vampires, Burial, and Death: Folklore and Reality (Yale University Press, 1988)
  2. Agnes Murgoci, ‘The Vampire in Roumania’, Folklore 37 (1926)
  3. Elizabeth Miller, Dracula: Sense and Nonsense (Desert Island Books, 2000)
  4. Raymond T. McNally and Radu Florescu, In Search of Dracula (New York Graphic Society, 1972)