Angeli, demoni e spiriti · Spiriti e altri esseri
I preta, gli spiriti affamati
I preta, spiriti affamati di buddhismo e induismo: morti inquieti nutriti dalle offerte dei vivi, onorati nella Festa dei fantasmi, a Obon e nei riti per gli antenati.
- Quando
- dai riti funebri vedici e dai primi testi buddhisti a oggi
- Dove
- India, Sri Lanka, Sud-est asiatico, Cina, Giappone, Corea, Tibet e Nepal
In cifre
- 15°giorno del settimo mese lunare, data della Festa dei fantasmi (Ullambana) nella tradizione dell’Asia orientale
- 3regni inferiori di rinascita nel buddhismo, uno dei quali è quello degli spiriti affamati, insieme agli inferi e al regno animale
In breve
- I.La parola sanscrita preta, «dipartito», indica i morti in uno stato sospeso tra questo mondo e l’altro, e nel buddhismo finì per designare gli spiriti affamati, esseri tormentati da una brama che non possono mai saziare.
- II.Nei riti funebri induisti il preta è il defunto recente, a cui la famiglia offre palline di riso e acqua perché l’anima possa proseguire e unirsi agli antenati.
- III.I testi buddhisti descrivono i preta con ventri enormi e bocche minuscole, rinati in quella condizione per avidità e avarizia, e insegnano che i vivi possono aiutarli facendo offerte e condividendo i meriti.
- IV.Queste credenze hanno plasmato alcune delle grandi feste dei morti dell’Asia, tra cui la Festa dei fantasmi cinese, l’Obon giapponese e il Pchum Ben cambogiano.
Cronologia
- metà del I millennio a.C. circaI manuali vedici del rituale domestico descrivono le offerte ai morti e agli antenati (pitri).
- III–I secolo a.C. circaIl Petavatthu pali, «Storie dei dipartiti», raccoglie racconti di spiriti e delle azioni che li condussero alla loro sorte.
- V–VI secolo d.C. circaCircola in Cina l’Ullambana Sutra, che narra come il monaco Maudgalyayana salvò la madre dal regno degli spiriti affamati.
- 538L’imperatore Wu dei Liang celebra una delle prime offerte Ullambana documentate in Cina.
- VII secoloLe cronache della corte giapponese menzionano offerte Bon per i morti.
- XII secoloArtisti giapponesi dipingono il Gaki zōshi, il Rotolo degli spiriti affamati.
Che cosa mostrano i documenti
- Nei testi rituali e nella pratica induisti, preta indica il defunto recente prima che il rito del sapindikarana lo unisca agli antenati.
- Il Canone pali comprende il Petavatthu, una raccolta di storie di spiriti, e il Tirokudda Sutta sulle offerte ai dipartiti.
- L’Ullambana Sutra, che narra di Maudgalyayana (Mulian) e di sua madre, è considerato da molti studiosi composto in Cina, benché presentato come una traduzione.
- La Festa dei fantasmi si celebrava in Cina già nel VI secolo e si diffuse con il buddhismo in Corea, Giappone e Vietnam.
- Il Rotolo degli spiriti affamati giapponese del XII secolo sopravvive in sezioni conservate nei musei nazionali di Tokyo e Kyoto.
Che cosa dice la leggenda
- I preta vengono spesso equiparati ai fantasmi occidentali che infestano un solo luogo. Nell’insegnamento buddhista sono un intero regno di rinascita, definito da una brama insaziabile, e la loro condizione è temporanea.
- Si dice talvolta che la Festa dei fantasmi sia un’usanza popolare puramente cinese. Unisce l’insegnamento buddhista su Maudgalyayana e sul merito, i riti taoisti di metà anno e il più antico culto cinese degli antenati.
- Gli spiriti affamati vengono a volte descritti come demoni malvagi. La maggior parte delle tradizioni li raffigura come esseri sofferenti che meritano compassione, ed è per questo che le offerte a loro sono considerate atti di generosità.
Personaggi chiave
- Stephen F. TeiserStorico della religione cinese, autore dello studio di riferimento sulla Festa dei fantasmi medievale
- Jonathan ParryAntropologo il cui studio sui riti funebri a Benares descrive i rituali induisti per i preta nella pratica
Poteri, segni e protezioni
Il corpo dello spirito affamato
I testi buddhisti raffigurano i preta con ventri gonfi e bocche o gole strette come la cruna di un ago, così che non possano mai saziarsi, e con il cibo e l’acqua che al loro tocco si trasformano in fuoco o sudiciume.
Perché soffrono
Si credeva che la rinascita come preta fosse la conseguenza di avidità, avarizia e attaccamento, soprattutto del rifiuto di donare, e i racconti mostrano la pena di ogni spirito corrispondere alla sua colpa.
Nutrire i dipartiti
Nei riti funebri induisti la famiglia offre per giorni dopo la morte palline di riso (pinda) e acqua, che si credeva costruissero un nuovo corpo per il preta perché potesse proseguire il viaggio.
Condividere i meriti
I buddhisti offrono cibo e doni ai monaci e dedicano il merito ai parenti defunti, una pratica descritta nei testi antichi come il modo di aiutare gli spiriti che «stanno fuori dalle mura».
Feste delle offerte
Durante la Festa dei fantasmi, l’Obon e il Pchum Ben le famiglie fanno offerte nei templi e nelle case, e in molti luoghi dispongono cibo per gli spiriti erranti senza famiglia.
Mantenere in pace i morti
Si credeva che uno spirito lasciato senza riti né offerte vagasse e tormentasse i vivi, perciò la corretta celebrazione dei riti funebri e ancestrali proteggeva sia la famiglia sia i morti.
Capitolo I
I dipartiti
La parola sanscrita preta significa «andato via» o «dipartito». Nella tradizione vedica si credeva che i morti passassero nel mondo degli antenati, i pitri, e i vivi li sostenevano con offerte di cibo e acqua. I manuali del rituale domestico del I millennio a.C. descrivono questi riti nei dettagli. Tra la morte e l’arrivo tra gli antenati si stendeva un passaggio pericoloso, e durante questo tempo il defunto era chiamato preta, un’anima priva di un vero corpo, affamata, assetata e potenzialmente dannosa se trascurata.
Il buddhismo antico riprese la parola e la trasformò. In pali il peta divenne un essere rinato, per effetto delle proprie azioni, in un regno di sofferenza, accanto agli inferi e al mondo animale. Il Petavatthu, «Storie dei dipartiti», nel Canone pali raccoglie racconti in cui gli spiriti spiegano a monaci e laici le colpe che li hanno portati lì: una donna che rifiutò l’elemosina, un uomo che mentì su un dono. Un altro testo antico, il Tirokudda Sutta, raffigura i morti in piedi fuori dalle mura e agli incroci, in attesa che i parenti si ricordino di loro.
Capitolo II
Una fame senza fine
L’arte e la letteratura buddhiste descrivono gli spiriti affamati con inquietante precisione. I loro ventri sono enormi, i colli o le bocche sottili come un ago, così che non riescono a inghiottire quasi nulla; secondo alcuni racconti cibo e acqua si trasformano in fiamme o sudiciume quando cercano di afferrarli. Autori successivi elencarono molti tipi di preta, alcuni erranti tra gli uomini, altri che vivono nei deserti o presso i cimiteri, ed erano concordi sulla causa: avidità, avarizia e attaccamento. Lo spirito affamato è l’immagine del desiderio che non può mai essere soddisfatto.
La condizione non è eterna. Come ogni regno di rinascita, termina quando la forza delle azioni passate si esaurisce, e i vivi possono aiutare. I buddhisti offrono cibo e doni ai monaci e dedicano il merito del dono ai parenti defunti, e i testi dicono che gli spiriti che gioiscono di questo atto ne traggono beneficio. La compassione verso gli spiriti divenne così un dovere religioso.
Nella pratica induista il preta è legato più strettamente al funerale stesso. Per circa dieci-dodici giorni dopo la morte la famiglia offre palline di riso, i pinda, che si ritiene costruiscano il corpo sottile di cui il defunto ha bisogno per il viaggio. Il rito del sapindikarana, celebrato spesso il dodicesimo giorno o dopo un anno, unisce il preta agli antenati, dopodiché è onorato come pitri. Il Garuda Purana descrive la sorte di chi resta privo di questi riti, errando come spirito tormentato, e i pellegrini si recano in luoghi come Gaya per fare offerte che si crede li liberino.
Capitolo III
Mulian e sua madre
La storia che più ha plasmato lo spirito affamato in Asia orientale è quella di Maudgalyayana, noto in cinese come Mulian, uno dei grandi discepoli del Buddha. Secondo l’Ullambana Sutra, egli usò i suoi poteri per cercare la madre defunta e la trovò tra gli spiriti affamati, consumata dalla fame. Quando le offrì una ciotola di riso, questa prese fuoco prima che lei potesse mangiare. Il Buddha gli disse che la sua forza da sola non poteva salvarla, ma che le offerte alla comunità dei monaci alla fine del loro ritiro estivo, il quindicesimo giorno del settimo mese, avrebbero liberato lei e sette generazioni di antenati.
Molti studiosi ritengono che il sutra sia stato composto in Cina nel V o VI secolo, anche se fu presentato come una traduzione dall’India. Il suo messaggio univa l’accumulo di meriti buddhista all’ideale cinese della pietà filiale, e la festa da esso fondata si celebrava a corte già nel VI secolo. Versioni successive della storia di Mulian, narrate in racconti popolari e drammi, mandavano il figlio devoto attraverso gli inferi in cerca della madre, scene ancora rappresentate in alcune parti della Cina.
Altri racconti mostrano come l’avarizia, e non soltanto la malvagità, conduca al regno degli spiriti. Nel Petavatthu gli spiriti confessano di aver rifiutato il cibo ai monaci, di aver invidiato i doni altrui o di aver parlato duramente dei virtuosi, e le loro pene rispecchiano queste colpe: chi negò il cibo ora non ne trova, e chi parlò male soffre nella bocca. Il tono è meno di orrore che di ammonimento e di pietà. Nei racconti i monaci che incontrano questi spiriti di solito li aiutano esortando i vivi a donare in loro nome, e lo spirito, liberato dalla sofferenza, ricompare in forma radiosa per ringraziarli. La lezione per chi ascoltava era chiara: la generosità in questa vita protegge dalla fame nella prossima, e la generosità a favore dei morti può alleviarne la sorte.
Capitolo IV
Le feste dei morti oggi
La Festa dei fantasmi è ancora celebrata in tutto il mondo cinese il quindicesimo giorno del settimo mese lunare, in un Mese dei fantasmi durante il quale si dice che le porte degli inferi si aprano. Le famiglie fanno offerte agli antenati e agli spiriti erranti senza discendenti, bruciano oggetti di carta, fanno galleggiare lanterne sull’acqua e allestiscono spettacoli, a volte lasciando vuota la prima fila di posti per gli ospiti invisibili. Sacerdoti taoisti e monaci buddhisti celebrano riti per nutrire i morti affamati.
In Giappone le stesse radici hanno dato vita all’Obon, quando si crede che gli spiriti degli antenati tornino a casa e vengano accolti con lanterne, offerte e la danza Bon, e poi accompagnati indietro con fuochi o lanterne galleggianti. I templi giapponesi celebrano anche riti segaki per nutrire i gaki, gli spiriti affamati, e il Rotolo degli spiriti affamati del XII secolo ha dato loro una vivida forma visiva. Corea, Vietnam e Tibet hanno le proprie celebrazioni, e in Cambogia le famiglie trascorrono i quindici giorni del Pchum Ben portando cibo ai templi per i morti. In Sri Lanka e in Thailandia il merito viene condiviso con i parenti defunti dopo i funerali e negli anniversari.
Nelle famiglie induiste i riti per il preta restano tra i doveri più importanti di un figlio o di un altro erede. Chi è in lutto osserva un periodo di impurità rituale, offre i pinda e, in molte famiglie, celebra ogni anno i riti shraddha, soprattutto durante il Pitru Paksha, la quindicina degli antenati, tra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno.
Nella cultura moderna lo spirito affamato è diventato una metafora del consumo insaziabile e della dipendenza. Nelle tradizioni che gli hanno dato vita resta un richiamo ai legami tra i vivi e i morti, e alla generosità come cura della brama.
Domande frequenti
Che cos’è uno spirito affamato?
Nella credenza buddhista uno spirito affamato, o preta, è un essere rinato in un regno di fame e sete costanti a causa dell’avidità in una vita passata. È spesso raffigurato con un ventre enorme e una bocca minuscola.
Che differenza c’è tra un preta e un pitri?
Nella tradizione induista il preta è il defunto recente in uno stato inquieto e di transizione, mentre il pitri è un antenato unito ritualmente ai padri. I riti funebri mirano a trasformare il preta in pitri.
Quando si celebra la Festa degli spiriti affamati?
Nella tradizione cinese cade il quindicesimo giorno del settimo mese lunare, ad agosto o all’inizio di settembre, e l’intero mese è noto come Mese dei fantasmi. L’Obon giapponese si celebra a metà agosto nella maggior parte delle regioni, o a luglio in alcune.
Fonti e letture consigliate
- Stephen F. Teiser, The Ghost Festival in Medieval China (Princeton University Press, 1988)
- Jonathan Parry, Death in Banaras (Cambridge University Press, 1994)
- Peter Harvey, An Introduction to Buddhism: Teachings, History and Practices (2nd edn, Cambridge University Press, 2013)
- Rupert Gethin, The Foundations of Buddhism (Oxford University Press, 1998)