Mondi dell’aldilà · Ruote della rinascita
Il samsara e il ciclo induista delle rinascite
Per l’induismo l’anima vive innumerevoli vite plasmate dal karma, tra cieli, inferi e la corte di Yama, finché il moksha la libera dal samsara.
- Quando
- dai Veda (1500 a.C. circa) a oggi
- Dove
- India e comunità induiste in tutto il mondo
- Tradizioni
- Induismo
In breve
- I.La maggior parte delle tradizioni induiste insegna che il sé, l’atman, nasce più e più volte in un ciclo chiamato samsara, e che il tipo di vita che riceve dipende dal karma, il peso morale delle sue azioni.
- II.La cosmologia induista immagina molti mondi, o loka, dai cieli degli dèi ai regni inferiori, e descrive la corte di Yama, signore dei morti, che giudica le anime prima della rinascita.
- III.In questa visione il cielo e l’inferno sono soggiorni temporanei, non destinazioni finali, perché l’anima torna a una nuova nascita quando i frutti delle sue azioni sono esauriti.
- IV.La meta più alta è il moksha, la liberazione dal ciclo, che le scuole induiste intendono in modi diversi: come la realizzazione che il sé è uno con l’assoluto o come eterna unione con un Dio personale.
La forma del cosmo
Satyaloka
Regno superioreIl mondo più alto, chiamato anche Brahmaloka, regno del dio creatore Brahma. Anche gli esseri che vi abitano restano nel ciclo fino alla fine di un’era cosmica.
Mahar, Jana e Tapas loka
Regno superioreI mondi superiori dei saggi e degli asceti, che vi vivono per lunghe ere di meditazione.
Svarga
Regno superioreIl cielo di Indra e degli dèi, dove le anime meritevoli godono le ricompense delle buone azioni prima di tornare alla rinascita.
Bhuvarloka
Nel mezzoLa regione dell’atmosfera tra la terra e il sole, dimora di saggi ed esseri semidivini.
Bhuloka
Mondo dei viviLa terra, il mondo degli esseri umani, dove le azioni creano nuovo karma e dove si può ottenere la liberazione.
I sette mondi inferiori
Regno inferioreAtala, Vitala, Sutala, Rasatala, Talatala, Mahatala e Patala, splendidi regni sotterranei di esseri serpentini (naga) e di demoni. I Purana li descrivono ricchi e belli, non come luoghi di castigo.
Il regno di Yama e i naraka
Regno inferioreIl regno di Yama, signore dei morti, e i molti inferi (naraka) dove le anime patiscono per un certo tempo i frutti delle azioni malvagie.
Il viaggio dopo la morte
Morte e cremazione
Il corpo viene di solito cremato, e il figlio maggiore o un altro parente compie i riti funebri che liberano l’anima.
Lo stato di spettro
Per circa dieci-dodici giorni l’anima si trattiene come preta, uno spirito appena defunto, mentre le offerte quotidiane di palline di riso le costruiscono un corpo sottile.
La strada verso Yama
I messaggeri di Yama conducono l’anima alla sua città; il Garuda Purana descrive una strada dura e il fiume Vaitarani, facile da attraversare per i buoni.
Il giudizio
Yama, aiutato dal suo scriba Chitragupta, che registra ogni azione, decide che cosa l’anima abbia meritato.
Cielo o inferno per un tempo
L’anima gode di un cielo o patisce un inferno finché i frutti delle sue azioni non sono esauriti.
La rinascita
L’anima rinasce come essere umano, animale o altro essere, secondo il karma che le resta.
Il moksha
Un’anima liberata dalla conoscenza, dalla devozione o dall’azione retta lascia il ciclo per sempre.
Cronologia
- 1500–1000 a.C. circaGli inni del Rigveda descrivono Yama come il primo mortale a morire e i morti che si uniscono agli antenati, senza un chiaro insegnamento sulla rinascita.
- VII–VI secolo a.C. circaLe Upanishad più antiche, la Brihadaranyaka e la Chandogya, espongono le idee di karma e di rinascita.
- II secolo a.C. – II secolo d.C. circaLa Bhagavad Gita paragona la rinascita al cambiare abiti logori e insegna le vie verso la liberazione.
- IV–X secolo d.C. circaI Purana descrivono nei particolari quattordici mondi, la corte di Yama e i molti inferi.
- VIII–XIII secolo d.C. circaShankara, Ramanuja e Madhva fondano scuole del Vedanta che intendono la liberazione in modi diversi.
Che cosa mostrano i documenti
- Il Rigveda parla di Yama e dei morti che si uniscono agli antenati, ma non insegna chiaramente la rinascita; la dottrina compare per la prima volta in modo esplicito nelle Upanishad più antiche.
- La Brihadaranyaka Upanishad afferma che «come una persona agisce, così diventa», una delle più antiche formulazioni del karma.
- I Purana descrivono un cosmo di quattordici mondi, sette sopra e sette sotto, anche se i diversi Purana variano nei particolari.
- I riti per i morti, compresa la cremazione e l’offerta di palline di riso (pinda) agli antenati nella cerimonia dello shraddha, sono ancora ampiamente praticati.
- Le scuole induiste sono sempre state in disaccordo sulla natura della liberazione, e continuano a esserlo.
Che cosa dice la leggenda
- Si dice spesso che il karma sia il destino. Nell’insegnamento induista il karma è il risultato delle libere azioni di una persona, e le azioni presenti possono plasmare le vite future.
- Gli inferi induisti vengono talvolta paragonati a un inferno eterno. Nella maggior parte delle tradizioni induiste gli inferi, come i cieli, sono tappe temporanee nel ciclo delle rinascite.
- La cifra popolare di 8,4 milioni di specie di nascita viene talvolta presentata come un insegnamento vedico. Proviene da testi più tardi e dalla tradizione popolare, non dai Veda.
- Il moksha viene talvolta descritto semplicemente come l’andare in paradiso. Lo Svarga fa parte del samsara; il moksha è la liberazione dall’intero ciclo, cieli compresi.
Personaggi chiave
- YajnavalkyaSaggio della Brihadaranyaka Upanishad, i cui insegnamenti contengono una delle più antiche formulazioni del karma e della rinascita
- ShankaraFilosofo (tradizionalmente VIII secolo d.C.), fondatore dell’Advaita Vedanta, che insegnò che la liberazione consiste nel conoscere il sé come uno con il Brahman
- RamanujaFilosofo (tradizionalmente 1017–1137) che insegnò che l’anima liberata vive in eterno al servizio amorevole di Dio
- MadhvaFilosofo (XIII secolo), fondatore del Dvaita Vedanta, che sostenne che Dio e le anime restano eternamente distinti
Capitolo I
Mondi in alto e in basso
La cosmologia induista è vastissima sia nello spazio sia nel tempo. I Purana, testi enciclopedici composti nel corso di molti secoli, descrivono un universo a forma di grande uovo diviso in quattordici mondi, o loka. Sette formano la serie superiore, cominciando dalla terra stessa (Bhuloka), poi la regione dell’aria (Bhuvarloka), il cielo degli dèi (Svarga) e quattro mondi più alti di saggi, asceti e del dio creatore Brahma. Sette si trovano sotto: splendidi regni sotterranei di esseri serpentini e di demoni, che i testi descrivono ricchi e belli più che come luoghi di castigo. Gli inferi, o naraka, sono collocati sotto o tra queste regioni inferiori, nel regno di Yama.
Questa immagine non è un’unica mappa. I diversi Purana nominano e dispongono i mondi in modo diverso, i filosofi li interpretarono simbolicamente e molti induisti li considerano immagini più che geografia letterale. I livelli mostrati qui seguono, semplificato, il comune schema puranico dei quattordici mondi.
Il tempo è altrettanto immenso. I mondi vengono creati e dissolti in cicli di ere che durano miliardi di anni. Persino gli dèi nascono e muoiono all’interno di questi cicli. Nulla nell’universo, per quanto in alto, è al di fuori del cambiamento, ed è questo lo scenario del samsara Il ciclo di nascita, morte e rinascita, da cui le religioni indiane cercano la liberazione. Glossario, una parola che significa «vagare» o «scorrere oltre». In questo universo inquieto ogni essere, da un insetto a un dio, è un viaggiatore che passa da una forma all’altra, trascinato dai risultati delle proprie azioni passate.
Capitolo II
Il karma e la corte di Yama
I testi induisti più antichi, gli inni del Rigveda, non parlano ancora chiaramente di rinascita. Descrivono Yama come il primo mortale che morì e trovò la via per gli altri, e immaginano i morti che si uniscono agli antenati, i pitri, in un mondo di luce. L’insegnamento del karma e della rinascita compare in modo esplicito nelle Upanishad più antiche, a partire dal VII o VI secolo a.C. circa. Nella Brihadaranyaka Upanishad il saggio Yajnavalkya insegna che una persona diventa buona con l’azione buona e cattiva con l’azione cattiva, e la Chandogya Upanishad descrive due vie dopo la morte: una che conduce al mondo di Brahma e da cui non si ritorna, l’altra che porta alla luna e di nuovo sulla terra.
Da queste radici crebbe la visione classica. Il sé, l’atman Il sé o l’anima. Molte scuole induiste insegnano che l’atman è in ultima analisi uno con il Brahman. Glossario, passa attraverso innumerevoli corpi, come dice la Bhagavad Gita, simile a una persona che getta via abiti logori e ne indossa di nuovi. Ogni azione lascia una traccia, e queste tracce maturano in esperienze future e in nascite future, umane, animali, divine o demoniache.
Testi più tardi, soprattutto il Garuda Purana, che nell’India settentrionale viene spesso recitato durante il lutto, descrivono ciò che accade nei giorni dopo la morte. L’anima appena defunta è un preta, uno spirito che si trattiene, e le offerte quotidiane di palline di riso le costruiscono un corpo sottile per il viaggio. I messaggeri di Yama la conducono lungo una strada dura fino alla sua città. Lì Yama, assistito dallo scriba Chitragupta, che tiene il registro di ogni azione, pronuncia il giudizio. L’anima può allora godere di un cielo o soffrire in uno dei molti inferi, che i testi descrivono nei particolari. Ma questi soggiorni sono temporanei. Quando il frutto delle sue azioni è esaurito, l’anima rinasce.
Capitolo III
La liberazione dalla ruota
Poiché il cielo e l’inferno fanno entrambi parte del ciclo, la meta più alta non è il cielo ma il moksha La liberazione dal ciclo delle rinascite, la meta più alta della vita nell’induismo e nel giainismo. Glossario, la liberazione definitiva dalla rinascita. Le tradizioni induiste descrivono diverse vie per raggiungerlo: la conoscenza, la devozione e l’azione disinteressata, esposte insieme nella Bhagavad Gita, oltre alla meditazione e alla disciplina ascetica.
Le scuole del Vedanta, le filosofie induiste più influenti, intendono la liberazione in modi diversi. Per la scuola Advaita, o non dualista, di Shankara, il sé è in verità identico al Brahman, l’assoluto; la liberazione è la realizzazione di questa identità, e il sé separato si dissolve come una goccia nell’oceano. Per Ramanuja e per le tradizioni vishnuite che lo seguono, l’anima liberata resta una persona distinta e gode di un’eterna comunione con Dio, spesso immaginata nel cielo di Vishnu, il Vaikuntha. Madhva insegnò che Dio e le anime restano per sempre distinti. Le tradizioni shivaite hanno i propri insegnamenti sulla liberazione per grazia di Shiva. Queste differenze fanno parte di un lungo dibattito che continua ancora oggi.
Le scuole divergono anche sulla possibilità di raggiungere la liberazione in questa vita. I maestri dell’Advaita parlano del jivanmukta, una persona liberata mentre è ancora in vita, che continua ad agire nel mondo senza creare nuovi legami finché il corpo non viene meno. Molte tradizioni devozionali sottolineano invece la grazia di Dio, che può liberare perfino un peccatore che si rivolga a lui con amore. Alcuni maestri, in particolare Madhva, sostennero che certe anime per loro natura non vengono mai liberate, una posizione che distingue la sua scuola dalla maggior parte delle altre.
Quali che siano le loro differenze, tutte queste scuole concordano che il cielo non è la meta finale. La Bhagavad Gita osserva che coloro che raggiungono il mondo degli dèi grazie ai loro meriti tornano nel mondo dei mortali quando quei meriti sono consumati. Solo la liberazione dall’intero ciclo porta una pace duratura, e questa liberazione è descritta come uno stato del tutto al di là dei quattordici mondi.
Capitolo IV
Riti e immagini
La fede nel samsara plasma la pratica induista attorno alla morte. La cremazione, di solito guidata dal figlio maggiore, libera l’anima dal corpo. I riti dei giorni successivi aiutano il preta a diventare uno degli antenati, e le offerte annuali dello shraddha onorano i morti delle generazioni precedenti. Molti induisti sperano di morire a Varanasi, sulle rive del Gange, dove secondo la tradizione Shiva sussurra ai morenti le parole della liberazione.
Le idee di karma e di rinascita si diffusero ampiamente anche al di là dell’induismo. Il buddhismo e il giainismo, nati nella stessa regione e nello stesso periodo, le condividono pur spiegandole a modo loro, e anche il sikhismo insegna il karma e la liberazione. In epoca moderna la parola karma è entrata in molte lingue, spesso con un significato più vago che nelle tradizioni indiane.
I pensatori induisti hanno sempre considerato il samsara qualcosa di più di una teoria dell’aldilà. È un modo per spiegare perché le vite sono diverse, per collegare la scelta morale ai suoi risultati e per indicare, oltre il ciclo senza fine, una libertà che nessun cielo può dare.
Domande frequenti
Qual è la differenza tra samsara e karma?
Il samsara è il ciclo stesso di nascita, morte e rinascita. Il karma è la legge morale dell’azione e dei suoi risultati, che decide il tipo di rinascita che un’anima riceve all’interno di quel ciclo.
Chi è Yama nell’induismo?
Yama è il signore dei morti e il giudice delle anime. Nel Rigveda è il primo mortale a morire, e i testi più tardi descrivono la sua corte, il suo scriba Chitragupta e i suoi messaggeri.
Tutti gli induisti credono nella reincarnazione?
La fede nel karma e nella rinascita è molto diffusa tra gli induisti ed è condivisa da quasi tutte le scuole classiche, anche se singole persone e movimenti la intendono in modi diversi.
Fonti e letture consigliate
- Wendy Doniger O’Flaherty (ed.), Karma and Rebirth in Classical Indian Traditions (University of California Press, 1980)
- Gavin Flood, An Introduction to Hinduism (Cambridge University Press, 1996)
- Patrick Olivelle (trans.), Upaniṣads (Oxford University Press, 1996)
- Klaus K. Klostermaier, A Survey of Hinduism (3rd edn, State University of New York Press, 2007)