Mondi dell’aldilà · Giudizio e resurrezione
Il ponte Chinvat e l’aldilà zoroastriano
Per lo zoroastrismo l’anima attraversa il ponte Chinvat, incontra la sua coscienza come fanciulla o megera e va alla Casa del Canto o della Menzogna.
- Quando
- dalle Gatha (1500–1000 a.C. circa, datazione discussa) a oggi
- Dove
- L’antico Iran e le comunità zoroastriane in Iran, in India e nella diaspora
- Tradizioni
- Zoroastrismo
In cifre
- 3 nottiil tempo in cui si crede che l’anima resti accanto al corpo prima del giudizio all’alba del quarto giorno
- 3 gradinibuon pensiero, buona parola e buona azione, le stazioni attraverso cui l’anima giusta sale alla Casa del Canto
In breve
- I.Gli zoroastriani credono che all’alba del quarto giorno dopo la morte l’anima venga giudicata e debba attraversare il ponte Chinvat, il «ponte del separatore».
- II.Per i giusti il ponte è largo e l’anima è accolta dalla sua daena, la propria coscienza in forma di bellissima fanciulla, mentre per i malvagi si restringe come una lama e la daena appare come una megera.
- III.Oltre il ponte si trovano la Casa del Canto per i buoni, la Casa della Menzogna per i malvagi e un luogo neutro, Hamistagan, per coloro le cui opere si equivalgono.
- IV.Nessuna di queste condizioni è definitiva, perché l’insegnamento zoroastriano attende il Frashokereti, il rinnovamento del mondo, quando i morti risorgeranno e tutte le anime saranno purificate.
La forma del cosmo
Casa del Canto (Garodman)
Regno superioreIl paradiso più alto, dimora di Ahura Mazda, il Signore Saggio, colmo di luce infinita. Il suo nome avestico, garo demana, significa «casa del canto».
Stazione del sole
Regno superioreLa più alta delle tre stazioni attraverso cui salgono i giusti, raggiunta con le buone azioni.
Stazione della luna
Regno superioreLa stazione intermedia, raggiunta con le buone parole.
Stazione delle stelle
Regno superioreIl primo e più basso gradino del paradiso, raggiunto con i buoni pensieri.
Hamistagan
Nel mezzoUn luogo grigio e neutro per le anime le cui opere buone e cattive pesano esattamente lo stesso. I testi pahlavi dicono che vi provano soltanto caldo e freddo fino al rinnovamento finale.
Il ponte Chinvat
Nel mezzoIl ponte del giudizio, che sale da una vetta della montagna cosmica verso i cieli. È largo per i giusti e stretto come una lama per i malvagi.
Il mondo dei vivi
Mondo dei viviLa buona creazione di Ahura Mazda, dove ogni persona sceglie tra la verità (asha) e la menzogna (druj).
Casa della Menzogna (Drujo Demana)
Regno inferioreL’inferno dei malvagi, in cui si entra attraverso i gradini del cattivo pensiero, della cattiva parola e della cattiva azione. È descritto come buio, angusto, freddo e maleodorante.
Tenebre infinite
Regno inferioreIl punto più profondo dell’inferno, l’opposto della luce infinita, dove si dice dimori lo spirito distruttore Angra Mainyu.
Il viaggio dopo la morte
Tre notti accanto al corpo
Per tre notti l’anima resta vicino alla testa del corpo, riflettendo sulla propria vita, mentre la famiglia e i sacerdoti recitano preghiere.
L’alba del quarto giorno
All’alba l’anima viene condotta ai piedi del ponte, e la famiglia celebra la cerimonia che ne segna il passaggio.
La pesatura
I giudici divini Mithra, Sraosha e Rashnu pesano i pensieri, le parole e le azioni dell’anima; Rashnu regge la bilancia.
L’incontro con la daena
L’anima incontra la sua daena, la propria coscienza, come una fanciulla radiosa se è stata giusta o come una megera orribile se è stata malvagia.
L’attraversamento del ponte
Il ponte si allarga per i giusti, che passano in paradiso, e si restringe per i malvagi, che precipitano nella Casa della Menzogna.
Il rinnovamento finale
Alla fine dei tempi i morti risorgono, tutte le anime passano attraverso un fiume di metallo fuso che le purifica, e il mondo è reso perfetto.
Cronologia
- 1500–1000 a.C. circa (datazione discussa)Le Gatha, inni attribuiti a Zarathustra, nominano il ponte Chinvat e la Casa del Canto.
- VI–IV secolo a.C. circaSotto i re achemenidi le idee zoroastriane si diffondono in tutto l’impero persiano; la loro forma esatta in quest’epoca è discussa.
- III–VII secolo d.C.Sotto la dinastia sasanide l’Avesta viene raccolto e messo per iscritto in un alfabeto apposito.
- IX–X secolo d.C.Libri pahlavi come il Libro di Arda Viraf e gli scritti di Manushchihr descrivono il ponte, il paradiso e l’inferno con ricchezza di dettagli.
- dal X secolo d.C. in poiMigranti zoroastriani si stabiliscono nel Gujarat, dove i loro discendenti, i parsi, conservano i riti funebri del quarto giorno.
Che cosa mostrano i documenti
- Il ponte Chinvat compare già nelle Gatha, la parte più antica dell’Avesta, che parlano dell’attraversamento dell’anima e della Casa del Canto.
- Le descrizioni più complete del ponte, della daena e delle stazioni del paradiso e dell’inferno vengono da libri pahlavi messi per iscritto nel IX e X secolo d.C., che attingono a una tradizione orale più antica.
- Il Libro di Arda Viraf racconta di un sacerdote giusto la cui anima viaggia per sette giorni attraverso il paradiso e l’inferno e ritorna per descrivere le ricompense e i castighi che ha visto.
- Gli zoroastriani in Iran e in India osservano ancora i riti dei primi tre giorni dopo la morte e la cerimonia all’alba del quarto giorno.
Che cosa dice la leggenda
- Si dice spesso che l’inferno zoroastriano sia eterno. Secondo l’insegnamento zoroastriano il castigo dura soltanto fino al Frashokereti, quando anche i malvagi saranno purificati e l’inferno stesso sarà distrutto.
- Libri divulgativi sostengono talvolta che il ponte, il giudizio e la resurrezione siano stati semplicemente copiati da ebraismo, cristianesimo e islam. Molti studiosi ritengono che le idee iraniche abbiano influenzato le fedi vicine, ma quanto, quando e per quale via è ancora discusso.
- La daena è talvolta descritta come un angelo o una guida esterna. Nei testi è il sé religioso dell’anima stessa, plasmato dalle scelte della persona, così che l’anima in effetti incontra sé stessa.
Personaggi chiave
- ZarathustraProfeta dell’antico Iran (datazione discussa), al quale la tradizione attribuisce le Gatha, i testi più antichi che menzionano il ponte
- ManushchihrSommo sacerdote nell’Iran del IX secolo, le cui risposte in pahlavi a questioni di fede descrivono il giudizio dell’anima
- Mary BoyceStudiosa britannica (1920–2006) i cui studi sulla fede e sulla pratica zoroastriana restano un riferimento
Capitolo I
Un mondo di scelte
Lo zoroastrismo, una delle più antiche religioni ancora vive, nacque dall’insegnamento del profeta Zarathustra nell’antico Iran. Le sue date sono incerte: molti studiosi lo collocano tra il 1500 e il 1000 a.C. circa, altri più tardi. Gli inni a lui attribuiti, le Gatha, raffigurano un mondo plasmato da una scelta. Ahura Mazda, il Signore Saggio, creò un mondo buono ordinato dalla verità, asha La verità e l’ordine giusto, il principio che gli zoroastriani difendono contro la menzogna. Glossario, mentre uno spirito distruttore, Angra Mainyu, porta la menzogna, druj, insieme alla morte, alla decadenza e al disordine.
In questa visione ogni essere umano partecipa alla lotta scegliendo tra la verità e la menzogna nel pensiero, nella parola e nell’azione. La celebre triade «buoni pensieri, buone parole, buone azioni» riassume l’etica di questa fede. Poiché ciascuno sceglie liberamente, ciascuno deve anche renderne conto. L’aldilà è il luogo in cui quelle scelte vengono svelate e i loro frutti resi visibili.
Le Gatha parlano già del ponte Chinvat, della Casa del Canto dove i giusti dimorano con Ahura Mazda e della Casa della Menzogna che attende i malvagi. Sono però poesie brevi e difficili, e danno pochi dettagli. Gran parte dell’immagine vivida del ponte, del paradiso e dell’inferno viene da testi avestici più tardi e soprattutto da libri in medio persiano, o pahlavi, messi per iscritto nel IX e X secolo d.C. da sacerdoti che custodivano la loro tradizione sotto il dominio islamico.
Capitolo II
La quarta alba
Secondo la tradizione zoroastriana, per tre notti dopo la morte l’anima resta vicino al corpo, accanto alla testa. Ripercorre la propria vita, lieta o inquieta a seconda di ciò che ha fatto. In quei giorni la famiglia e i sacerdoti recitano preghiere per proteggerla e rafforzarla. Poi, all’alba del quarto giorno, l’anima si reca al ponte. Le famiglie si riuniscono ancora a quell’ora per una cerimonia, spesso chiamata chaharum («il quarto»); tra i parsi dell’India essa segue la cerimonia dell’uthamna, che si tiene nel pomeriggio del terzo giorno.
All’imbocco del ponte l’anima viene giudicata. I libri pahlavi nominano tre giudici divini: Mithra, custode dei patti, Sraosha, che protegge l’anima, e Rashnu, il giusto, che regge la bilancia. Ogni pensiero, parola e azione viene pesato, e nulla può essere aggiunto o tolto. L’anima però non affronta da sola degli estranei. Le va incontro la sua daena, una parola che può significare sia «religione» sia «sé interiore».
In una delle immagini più memorabili della letteratura religiosa, la daena di una persona giusta giunge come una bellissima fanciulla, profumata come un vento di primavera, e dice all’anima di essere stata resa bella dai suoi stessi buoni pensieri, buone parole e buone azioni. L’anima malvagia incontra invece una megera brutta e maleodorante, che spiega di essere stata resa così dalle sue stesse scelte malvagie. Il giudizio, in altre parole, è l’incontro di una persona con il sé che ha costruito.
Capitolo III
Canto e menzogna
Si dice che il ponte stesso si levi da una vetta dell’Hara, la montagna cosmica al centro del mondo, e si protenda verso i cieli. Per i giusti è ampio e facile da attraversare, e l’anima sale attraverso tre stazioni: la stazione delle stelle dei buoni pensieri, la stazione della luna delle buone parole e la stazione del sole delle buone azioni. Oltre di esse si trova la Casa del Canto, Garodman in pahlavi, un regno di luce infinita dove dimora Ahura Mazda.
Per i malvagi il ponte si gira di taglio e diventa stretto come una lama. L’anima precipita nella Casa della Menzogna, che i testi descrivono buia, angusta, fredda e fetida, con gradini discendenti di cattivo pensiero, cattiva parola e cattiva azione fino alle tenebre infinite. Le anime il cui bene e il cui male pesano esattamente lo stesso vanno nell’Hamistagan, il luogo dei «misti», che alcuni testi pahlavi collocano tra la terra e le stelle, un regno grigio senza gioia né dolore, a parte l’alternarsi del caldo e del freddo.
Il Libro di Arda Viraf, che ricevette probabilmente la sua forma definitiva nel IX o X secolo d.C., trasforma queste idee in una visita guidata. Un pio sacerdote, scelto dalla sua comunità, beve una pozione sacra e la sua anima lascia il corpo per sette giorni. Attraversa il ponte, visita le stazioni del paradiso e la Casa del Canto, e gli vengono poi mostrati i castighi dell’inferno, ciascuno corrispondente a un peccato particolare. Al suo ritorno riferisce ciò che ha visto. Gli studiosi paragonano talvolta l’opera alla Divina Commedia di Dante, scritta secoli dopo, anche se non vi è alcuna prova che Dante la conoscesse.
Capitolo IV
Il rinnovamento del mondo
Per quanto vividi, il paradiso e l’inferno della fede zoroastriana non sono la fine. La tradizione insegna che al termine della storia verrà un salvatore, il Saoshyant, i morti risorgeranno e si ricongiungeranno ai loro corpi, e avrà luogo un giudizio finale. Tutti gli esseri umani passeranno attraverso un fiume di metallo fuso: ai giusti sembrerà latte tiepido, mentre i malvagi ne saranno purificati. Angra Mainyu sarà sconfitto, l’inferno sarà sigillato e il mondo tornerà meraviglioso. Questo rinnovamento si chiama Frashokereti, «rendere meraviglioso».
Questa speranza finale fa sì che, nell’insegnamento zoroastriano, la sofferenza dell’inferno sia reale ma temporanea, un castigo e una purificazione piuttosto che una condanna eterna. Molti zoroastriani di oggi sottolineano il significato etico di queste immagini: il ponte e la daena esprimono l’idea che ciascuno è responsabile delle proprie scelte. Le preghiere per i defunti continuano molto oltre il quarto giorno, con cerimonie di commemorazione il decimo e il trentesimo giorno, alla fine del primo anno e poi ogni anno, e durante la festa dei morti alla fine dell’anno, quando si crede che le anime dei defunti tornino nelle loro case.
Gli storici si chiedono da tempo in che misura le idee zoroastriane di giudizio, resurrezione e di un ponte della prova abbiano plasmato l’ebraismo, il cristianesimo e l’islam, che incontrarono tutti la cultura iranica in momenti importanti. Alcuni studiosi sostengono un’influenza forte, altri uno sviluppo parallelo, e la questione resta aperta. Ciò che è certo è che il ponte Chinvat, con il suo sentiero che si restringe e il suo incontro con il sé, è una delle più antiche e sorprendenti immagini del giudizio dopo la morte giunte fino a noi.
Domande frequenti
Che cosa significa «Chinvat»?
Il nome avestico Chinvato Peretu si traduce di solito «ponte del separatore» o «ponte di colui che distingue», perché è il luogo in cui i giusti vengono separati dai malvagi.
Che cosa accade a chi non è stato né buono né cattivo?
I testi pahlavi lo collocano nell’Hamistagan, un regno neutro tra la terra e il cielo, dove si attende senza gioia né tormento fino al rinnovamento finale.
Il ponte Chinvat è legato al ponte as-Sirat dell’islam?
Entrambe le tradizioni parlano di un ponte che i giusti attraversano e da cui i malvagi cadono, e molti studiosi vi vedono un legame storico, ma i dettagli di un eventuale prestito sono discussi.
Gli zoroastriani credono ancora nel ponte?
Sì. Le preghiere e i riti per i defunti nelle comunità zoroastriane di oggi sono ancora costruiti intorno al passaggio dell’anima all’alba del quarto giorno.
Fonti e letture consigliate
- Mary Boyce, Zoroastrians: Their Religious Beliefs and Practices (Routledge & Kegan Paul, 1979)
- Mary Boyce, A History of Zoroastrianism, vol. 1: The Early Period (E. J. Brill, 1975)
- Jenny Rose, Zoroastrianism: An Introduction (I. B. Tauris, 2011)
- R. C. Zaehner, The Dawn and Twilight of Zoroastrianism (Weidenfeld & Nicolson, 1961)
- Michael Stausberg and Yuhan Sohrab-Dinshaw Vevaina (eds), The Wiley Blackwell Companion to Zoroastrianism (Wiley Blackwell, 2015)